Oltre il Ponte
- A te la prima mossa!- Albert invitò l’amico con un cenno della mano.
Martin inarcò le bianche sopracciglia che nascondevano i sottili occhi scuri e assunse quella tipica aria pensante di chi in realtà sta solo facendo finta di pensare. Prima di rispondere, aspirò dal sigaro e si grattò l’irsuto mento.
- Bah, oggi mi sento buono, inizia tu.-
- Per tutti quei giorni che ti senti buono, vecchio, meriteresti di andare dritto in paradiso.- Albert gli ammiccò.
- Un giorno mi ci ritroverò davvero.- brontolò Martin, osservando la scacchiera
sotto di lui, quel muto campo di battaglia che non conosce morti né angherie e del quale la vita è una riproduzione reale con le stesse regole e gli stessi valori.
- Prima del paradiso devi passare per l’inferno.- aggiunse Albert, sollevando gli
occhi slavati. Alzò un bicchierino nel quale luccicava giusto un fondo di cognac e brindò alla loro salute.
Martin mugugnò un lamento incomprensibile e Albert tornò a studiare la scacchiera, in particolare le sue pedine. Nere. Ogni volta lui era il re delle nere e Martin padrone delle bianche.
Era sempre stato così fra loro. Gli scacchi erano il solo motivo per cui esisteva quell’ora, in cui il sole proiettava gli ultimi raggi sulla parete dell’ala ovest della Casa, penetrando i prismi del lampadario che luccicavano come stelle del vespro sopra le loro teste albine.
Albert fece la prima mossa: spedì in avanti la pedina all’estrema destra per poter liberare la torre.
Martin si concesse l’ombra di un sorriso: “Tipico di Albert iniziare così!”, quindi anche lui spostò una pedina, cominciando con quella che a sua ingenua insaputa era una sua tipica mossa: la risposta a specchio. Copiare esattamente le mosse dell’avversario, solo dal lato opposto.
E così la loro partita ebbe inizio.
- Ben se n’è andato.- disse a un tratto Martin che non era in grado di giocare senza
aprire bocca, fosse anche per il solo passaggio dell’aria.
- Lo so.-
- Vedi come te lo dico, Al: noi saremo gli ultimi.- dichiarò seriamente Martin,
annuendo con decisione col capo.
- Impossibile.- sostenne Albert divertito. - Non ci sono ultimi.-
- Saremo i primi a esserlo!-
- Come vuoi, vecchio bastardo.- concesse Albert, spostando la torre in una
posizione strategica. Martin copiò esattamente la sua mossa. “Chissà se lo fa apposta?” si chiese Albert, guardando l’amico con affetto.
Finalmente sprofondarono nel dolce suono del silenzio, godendosi la quiete della Casa. Ma ancora una volta fu Martin a spezzare quella magica illusione: la sua concentrazione iniziò ad evaporare.
- Ho visto Ben prima che se ne andasse. Ha detto che si era incuriosito… incuriosito, dico? E poi che non era contento.-
- Chi si contenta gode.- osservò Albert.
- E’ quello che gli ho detto, a quel testardo. Sai Ben come se n’è uscito? Che è vero che chi si contenta gode, ma ha aggiunto che si gode solo per un mezzo. L’altro mezzo, dice, va all’inferno. E lui non ci tiene a fregare una metà di se stesso solo per questa fottuta paura. La chiama paura, lui. Che paura c’è nel non voler fare il salto? Non è paura. E’ che stiamo bene qui, giusto?-
- Giusto, vecchio. Fa la tua mossa.-
- Il fatto è, Al, che qui si sta una meraviglia. Tu sai la differenza fra qui e lì, vero?-
- Veramente no.- rispose Albert, spostando il cavallo per poter divorare un alfiere
all’avversario.
- Bè, neanch’io so veramente che c’è lì fuori. Ma so cosa c’è qui dentro e non lo lascerei mai. Andiamo, Al: ti svegli la mattina, ti alzi e ti ritrovi con un panorama divino… l’intera galassia ti si piazza davanti e tu vuoi rinunciare a questo? Conoscenza, Al, che dire della conoscenza? Ti parlo di quelle domande di cui sai la risposta, di quelle lenzuola pulite ogni tre giorni che sanno di afrodisiaci estratti floreali. Ti parlo di un giardino, qui fuori, che è l’Eden perduto, e di quelle magnifiche inservienti che portano il loro bel culetto da una parte all’altra della Casa. Ti parlo di noi due che la sera giochiamo a scacchi, che peschiamo, che ci godiamo i classici del cinema. Ti parlo di quelle volte che guardi le stelle…-
- Non mettere in mezzo le stelle, vecchio.- lo interruppe bruscamente Albert, mangiandosi la seconda torre del compagno. Quella partita non si stava mostrando particolarmente dura. - Sono uguali ovunque le guardi. Da quassù o da laggiù, non fa differenza.-
- Certo che la fa, Albert!- ormai Martin aveva preso la cosa come una vera e propria questione personale e sembrava essersi definitivamente dimenticato di un gioco chiamato scacchi e di una partita che stava miseramente perdendo. - Forse non lo sai, ma puoi perlomeno immaginarlo?-
- Certo che posso. Fa la tua mossa.-
Messo alle strette, Martin decise di riprendere la concentrazione e abbandonò l’idea di copiare ogni mossa di Albert visto che non gli stava fruttando alcunché. Dopo diverse pedine mangiate e due alfieri eliminati, Martin tornò ad essere l’osso duro di sempre.
- Chissà che effetto fa.- mormorò all’improvviso.
- Cosa?- chiese Albert, sollevando lo sguardo e costringendo i loro occhi a
incrociarsi.
Martin trattenne il respiro e scosse la testa, quasi imbarazzato. Riprese a giocare, come se non avesse mai detto nulla, ma dopo minuti infiniti come ore gli uscì un sospiro che proveniva dal più profondo granello del suo essere: - La vita.-
Albert non riuscì a distogliere lo sguardo dal suo avversario, stupito di quanto quel vecchio mentisse a se stesso. Lui non odiava la vita, lui la amava. Agognava vivere. Ne era solo terrorizzato. Era terrorizzato al pensiero di non potersene staccare, di non riuscire più a ritornare lì, nella Casa, dov’era protetto, dove sapeva che ci sarebbe stato sempre un domani, dove le sue domande avevano risposta.
Albert costrinse il compagno a guardarlo, mentre sollevava un dito e lo faceva scorrere sulla Regina, senza tuttavia toccarla. E quella si mosse, quasi fosse legata con un filo invisibile all’indice di Albert, finché si posizionò nel punto esatto.
- Niente trucchi.- ammonì Martin.
- Quello che c’è è quello che vedi.- Albert sorrise e ringraziò la sua folta barba che nascondeva quei frequenti ghigni maliziosi. - Credo che più o meno la vita sia così. Una partita a scacchi. Non ci sono trucchi, niente inganni, anche se è assurda e non sai spiegarti cosa c’è dietro. Ma è autentica. E ho sentito dire un’altra cosa: che si prova caldo, a vivere.-
Martin lo guardò con occhi talmente affascinati che ancora una volta Albert dovette celare un sorriso sotto l’argentea barba.
In quel momento, un leggero bussare alla porta distolse la loro attenzione: una giovane inserviente in abito turchese mostrò il più sincero dei sorrisi.
- La cena è servita.- annunciò briosa. Attese che i due annuissero e si allontanò nel
corridoio.
- E’ da pazzi andarsene da qui.- ripeté Martin, ma questa volta, mentre fissava
incantato il fondoschiena della ragazza, sembrava sincero. - E’ proprio da pazzi.-
Attese che l’inserviente scomparisse dalla loro vista, quindi rivolse nuovamente lo sguardo alla scacchiera. E il sorriso stampato in faccia fino a un attimo prima dileguò nel nulla, sostituito da un gelo che rese le sue labbra biancastre.
- Scacco Matto.- annunciò Albert, ma questa volta non mascherò il sorriso. Indicò la
sua Regina, la sua torre e il suo cavallo che accerchiavano l’impotente sovrano bianco, uno shah così maestoso e nobile, padrone di quindici pezzi d’avorio, detentore dell’unica possibilità di vittoria e dell’unica di sconfitta.
E il solo a non avere per mano le sorti del gioco.
- E così quello che c’è è quello che vedo?- mugugnò Martin, inaspritosi.
- Quello che vedi, vecchio, è solo un culo che si allontana nel corridoio.- Albert
sorrise ancora e mosse la mano con uno scatto violento: la Regina nera divorò la testa del sovrano bianco!
- Andiamo a cena.- brontolò Martin indignato, non sopportando la vista della
terribile fine che stava facendo quel suo povero sovrano. - E’ meglio.-
Albert ghignò: sapeva che l’amico se l’era presa, ma era una cosa di così poco conto che Martin se l’era già fatta passare di mente, anche perché nel corridoio apparve un’altra ragazza in abito turchese che con la sua affascinante andatura fece sparire dalla testa del perdente ogni briciola di risentimento.
C’era un ponte sul lago, nel centro del giardino. Univa le due sponde, ma era del tutto inutile, poiché nessuno poteva attraversarlo. C’era anche un guardiano lì, nella sua casetta dal tetto spiovente e dalle finestre appannate, che custodiva il passaggio del cavalcavia. Aveva il tassativo ordine di impedire a chiunque di oltrepassarlo, in particolare a Martin, che ogni giorno si accostava al ponte per poterlo percorrere almeno una volta.
Albert non riusciva a spiegarsi la strana ossessione dell’amico: quel ponte non nascondeva segreti, quello che c’era era quello che si vedeva. Eppure Martin, puntualmente, ribatteva che un segreto doveva pur esserci data l’assurdità di un simile blocco.
Il guardiano si chiamava Jacob. E un bel giorno, Jacob fece il salto: scelse di vivere. Volle entrare in un corpo, lui che era una delle tante anime mai nate e mai morte, ma sempre esistite nella Casa, in quel Limbo di perfezione eterna dove tutti loro vagavano nell’attesa di scegliere se e quando venire al mondo.
Il salto era così personale che non esistevano modi specifici per farlo. Non c’erano mezzi che trasportavano sulla Terra. Bastavano piccole cose… bastava desiderare di vivere per incarnarsi in un corpo, per poter nascere.
Ebbene, Jacob scomparve. Annunciò a tutti che voleva scoprire i limiti dell’Eden che circondava la Casa, un giardino senza confini né reali né immaginari. Abbandonò la sua casetta presso il ponte e iniziò a camminare. Camminò nella foresta e si inoltrò tra gli alberi, finché scomparve. Non si poteva essere solo perduto. Perché in effetti, per quanto un’anima potesse vagare fra quelle millenarie sequoie che gareggiavano per raggiungere il cielo, alla fine era sempre destinata a ritrovarsi presso la Casa, giusto in tempo per la cena o al massimo per vedere (la millesima volta) la dolce Hepburn sognare i diamanti di Tiffany’s.
Jacob, invece, non tornò mai. Aveva sempre desiderato scoprire cosa ci fosse oltre quella foresta: era un mistero che lo rodeva, una risposta che voleva trovare alla sua unica domanda. E ora l’aveva trovata: oltre la foresta, per lui, c’era la vita…
Albert e Martin, in un giorno come altri, erano comodamente sprofondati nelle sedie di vimini, sul grande portico della Casa rivolto a occidente. Non c’era niente di meglio che starsene lì accoccolati a dire addio al sole.
- Sai cosa penso?- disse Martin a un tratto, tirando fuori dalla manica della vestaglia scozzese una bottiglia mezza vuota di brandy. Albert non rispose, si limitò ad emettere una sorta di brontolio mentre boccheggiava dalla lunga pipa. - Che ora che Jacob se n’è andato non c’è nessuno a controllare quel posto… parlo del ponte.- Martin attese un segno di vita da parte dell’amico, ma Albert non si mosse. - Ok, so che ti frulla in testa, Albert.-
Finalmente Albert si voltò verso di lui e incuriosito sollevò un sopracciglio:
- Tu lo sai?!-
- Perfettamente.- assentì Martin.
- Quindi pensi anche tu che la zuppa di piselli sia la cosa più disgustosa di questo mondo?!-
Martin lo guardò allucinato prima di riprendersi:
- Non quello. So cosa pensi in realtà: tu vuoi vedere che c’è su quel ponte.-
- Davvero? Chi l’avrebbe mai detto!- Albert sorrise e aspirò.
- Non scherzare, Al: so che vuoi scoprirlo. Anche se non sono d’accordo, per me va bene: possiamo provare. Potremmo attraversarlo… e so cosa pensi.-
- Ancora?- Albert sghignazzò.
- Certo, è proibito. Zona limitata al personale. Ma il personale era Jacob e lui ha tirato le cuoia…-
- Veramente è il contrario: ha deciso di vivere.-
- Sai cosa intendo, Al, e non scherzare: manca un’ora alla cena e abbiamo il tempo di dare una sbirciatina. So che muori dalla voglia di vedere che c’è di tanto misterioso laggiù e visto che oggi mi sento buono, posso accontentarti: andiamo.-
Martin si alzò. - Muoviti, Al.-
Albert lo fissò un attimo, quindi espirò una nuvoletta di fumo che assunse la forma di una fenice. L’animale plasmato iniziò a sbattere le ali e ad allontanarsi verso l’orizzonte.
Albert conosceva bene Martin. Sapeva che ora che Jacob si era tolto di mezzo non c’era occasione migliore per approfittarne e venire a conoscenza del mistero che ossessionava Martin, svelare l’unica domanda a cui non c’era risposta.
- Forza, muoviamoci. Nessuno sa perché non si può attraversare quel ponte.-
- A nessuno gliene frega.- tagliò corto Albert.
- Saremo i primi a scoprirlo!- sostenne Martin eccitato, quindi guardò supplicante
l’amico. - Al, so cosa c’è: pensi che io sia pazzo…-
- Ah, ora ci hai preso, vecchio.- sghignazzò Albert spegnendo la pipa e sollevandosi
con calma.
Con Martin ci voleva sempre pazienza.
Così, Albert prese sottobraccio l’amico e insieme imboccarono il ghiaioso sentiero che conduceva all’incustodito viadotto.
Il ponte, grande e antico, era a mezzo chilometro dalla Casa ed era ricoperto di edera. Era rivolto verso nord, cosicché chi lo fronteggiava non vedesse mai il sole. Due statue imponenti (che sia ad Albert che a Martin ricordavano due giganteschi re di granito) erano i veri e immortali guardiani di un segreto custodito nel ventre dell’eternità.
- Eccoci qui.- dichiarò Albert, sogghignando al sospiro trasognato di Martin e al suo
sguardo perso in un mondo intangibile. - Avanti, vecchio, spicciati e attraversalo.-
- Con calma, Al, voglio godermi il momento.-
Rimasero in silenzio, ma poi Albert si accorse che quel momento si stava trasformando in lunghi minuti di attesa.
- La solita storia.- sostenne divertito Albert. - Hai paura di scoprire il segreto.-
- Sporco bugiardo.-
- O di scoprire che non c’è segreto e che hai passato tutto questo tempo a tormentarti per nulla.- Albert sorrise con gli occhi e gli diede una pacca sulle
spalle. - Staranno servendo la cena, torniamo alla Casa.-
Martin fissò il ponte ancora a lungo, ma alla fine si riconobbe sconfitto.
- Andiamo.- accondiscese, e fu sul punto di girarsi quando sia lui che Albert si
bloccarono di fronte a una figura apparsa così improvvisamente e inaspettatamente che se i due vecchi fossero stati vivi sarebbero stati colpiti da un sicuro infarto.
Il bambino (non poteva avere più di sei anni quella creatura che li guardava con occhi allucinati) era coperto da un sudicio telo e fra i suoi capelli rossicci spuntavano foglie e rametti.
- Che fate qui?- domandò.
Martin e Albert si guardarono incerti per un momento.
- Tu che fai qui?- ribatté acidamente Martin.
- Sono il nuovo custode del ponte. Questa è zona vietata.-
Albert vide Martin stringere i pugni: l’amico non amava farsi mettere i piedi in testa, men che meno da un bimbetto appena svezzato.
- Ce ne andiamo subito.- si affrettò a dire Albert. - Perdona questa intrusione, ma ti assicuriamo che non ci avvicineremo più.-
- Oh, certo che lo faremo, puoi starne sicuro, Al. Ci avvicineremo ancora.- ruggì Martin, allontanandosi di cattivo umore. Ma si girò di nuovo e iniziò a gridare: - Dimmi cosa diavolo c’è! Perché non posso saperlo? Cos’è questo mistero? E’ solo un ponte, dannazione!-
Il bambino lo fissò ammutolito. - E allora perché t’importa tanto?-
Albert scoprì il significato di ossessione. Poteva leggerla negli occhi di Martin ogni volta che l’amico fissava l’orizzonte, perché in realtà sapeva che stava cercando con lo sguardo il suo ponte.
Giocare a scacchi non era più un granché. Diveniva piuttosto noioso sfidare se stessi, così come parlare con se stessi e stare da soli pur trovandosi in compagnia.
Albert non comprendeva perché l’amico si tormentasse tanto per uno stupido segreto, ma alla fine capì che la soluzione era una. E drastica.
- Ah, davvero? E quale?- sbottò Martin, lo sguardo fisso su una scacchiera che non
riusciva a vedere veramente.
- Attraversalo.- disse Albert semplicemente, incrociando le mani e poggiandoci
sopra il mento.
- Tu sì che sei un genio!- ribatté Martin mangiando una pedina. - Secondo te a che serve quello spaccone che puzza ancora di latte?-
Albert non rispose e fece finta di osservare il suo alfiere nero che presto avrebbe mangiato la torre bianca. Fece la sua mossa.
- Corri.- disse in ultimo e i suoi occhi si folgorarono di una luce improvvisa. - Corri e non fermarti, Martin, corri e neanche lui ti fermerà… Qualcuno ha fermato Jacob quando ha voluto scoprire cosa ci fosse oltre il giardino? Qualcuno ha fermato Nadia che, nonostante soffrisse di vertigini, si è buttata dal tetto della Casa? Qualcuno ha fermato Ben nel momento in cui ha deciso di aprire lo sgabuzzino delle scope chiuso a chiave dalla notte dei tempi? No, vecchio, nessuno può fermarci quando decidiamo di volare, nessuno ne ha il fottuto diritto!-
Martin finalmente riuscì a focalizzare quello che aveva davanti e i suoi occhi stupiti si dilatarono in modo sorprendente.
- Stai parlando di fare il salto? Stai parlando di…- Martin trattenne il respiro e alla fine sibilò come se non avesse fiato: - … vivere? E’ folle! Non l’ho mai fatto prima! Sai cosa succede quando lo fai la prima volta? Sì che lo sai, Al, lo sanno tutti: poi lo fai sempre! Quando muore il corpo che ospiti hai sempre voglia di passare in un altro corpo e poi in un altro ancora e ancora! Non tornerei più nella Casa! Non saprei cosa mi aspetta, non saprei più niente se passassi quel dannato ponte!-
Albert non rispose, gli indicò solo la scacchiera. Ancora una volta, era Scacco Matto per Martin.
- Non sei stanco di perdere, vecchio?- gli domandò Albert prima di alzarsi; poi
ammiccò, sentendosi molto più debole di quanto non fosse mai stato, e lentamente si trascinò in corridoio.
Martin fissò il ponte. Il sole, alla sua sinistra, moriva ricucendo di oro i bordi purpurei della Casa, dove ora, Martin lo sapeva, stavano servendo il dolce.
Per un attimo (e anche più) avvertì l’irrefrenabile desiderio di fare dietro front, perché se si fosse dato una mossa avrebbe raggiunto Albert in tempo e avrebbe visto con lui Vivien Leigh mormorare ancora una volta che domani è un altro giorno.
Nella Casa questo domani c’era. Era un domani sicuro, anche se identico all’oggi che a sua volta era perfettamente uguale a ieri.
La prima volta che lo fai, dicono, non torni più indietro. Perché ti innamori della vita.
La prima volta che si nasce, che si osa attraversare il ponte, è la più dura.
Martin n’era terrorizzato.
Sapeva che lì fuori niente era certo. Solo un’imprevedibile scommessa, un gioco con una posta davvero alta, una… partita a scacchi.
Martin sorrise a quell’unico pensiero familiare e con occhi ridotti a fessure guardò le statue dei due giganteschi re. Loro non avevano in mano le sorti. Le pedine sì.
Scacco Matto, pensò quella vecchia pedina mentre iniziava a correre con gli occhi chiusi, superando la casa del piccolo custode e i re di pietra. Continuò a sfrecciare, quasi volasse contro il vento, proprio come aveva detto di fare quel gran bastardo di Albert. Gli sarebbe mancato, il vecchio Al.
E quando fu a metà ponte, Martin spalancò gli occhi: finalmente, avrebbe scoperto il suo segreto…




