Marianna e la Voglia
Durante quella lezione interessante di storia ti guardavo con fugacia, mentre eri assorta nell’attenzione. Quel pomeriggio era parte di un corso che seguivamo insieme. Alacre e viva, l’atmosfera, a Palazzo Bonacossi, per me si fece ancor più vivace trattando della politica accorta e astuta del potente Ippolito d’Este, nella storia del terzo ducato estense. Eppure non sentivo. La prossemica del corpo lo diceva chiaramente dal primo momento che ti ho incontrato¹. Tutto era cominciato solo qualche giorno prima: di fretta entrai nel vecchio palazzo salutando con gentilezza l’usciere dell’ingresso e giungendo all’auditorium, d’istinto, mi sedetti proprio al tuo fianco, senza nemmeno vedere il viso pulito, vicino ma non troppo, lasciando un libro sulla sedia accanto a me. Senza invadenza, mi precedeva e lasciava spazio a sufficienza per osservarti. Senza sfacciataggine, usavo il filtro della cultura per starti vicino. Ancora non ne ero cosciente, ma tutto era finalizzato ad avere la possibilità di conoscerti: i giorni seguenti i posti sarebbero rimasti sempre gli stessi.
Avevo subito notato quella bella bocca disegnata, carnosa, ma non troppo, che primeggiava sugli occhi neri, nascosti da un paio di occhiali distinti ed eleganti, squadrati e fascianti, che tuttavia mostravano audacia e una nota di eccentricità. Nonostante la totale mancanza di trucco, una striatura gialla e nera, simulando il manto di tigre, donava al viso una luce lunare.
Il linguaggio del corpo, a ben guardare, tradiva questa attenzione viva, verso di te. Lo sguardo era ben camuffato dalla direzione del collo, ma il corpo era tutto rivolto verso quel libro, che di conseguenza, mi portava ad avvicinarmi a te. La gamba, accavallata in modo opportuno verso la tua, fingendo d’essere troppo lunga per restare dritta verso gli schienali della fila anteriore alla nostra, tendeva al piccolo piede curato e impreziosito da un argento indiano, così come il mio sguardo volgeva al tuo viso. Ancora la mano, pendente dal gomito dello schienale a fianco, si sentiva la cosa a te più vicina. In fin dei conti non lo nascondo, il tema della lezione di storia aveva perso ogni attrattiva e il mio inconscio trascinava la ragione con una forza irresistibile: anche il resto del corpo udiva il tuo richiamo. Date, armi, battaglie, la politica del Rinascimento, di colpo tornavano all’oblio, chiuse nella leggenda di un libro, come morte.
Nel viso, si sa, il centro del piacere è la bocca. Serve per succhiare il latte materno, per mangiare, per provare sensazioni piacevoli, scoprire il mondo assaggiandolo come bimbi. Quindi se ti accarezzavi le labbra, o le mordicchiavi, meglio ancora se vi passavi sopra la lingua per caso, io immaginavo essere l’interlocutore cui rivolgevi tali inconsapevoli attenzioni. Oppure giocavi con la penna, mentre prendevi appunti, talvolta la succhiavi come un morbido bastoncino di liquirizia o se la scrittura veloce t’impegnava troppo, spingevi le labbra leggermente in fuori e le inumidivi, in segno di sfida. L’argomento m’interessava e cercavo simbolicamente di avvicinarlo a me, questo era il mio unico desiderio, la mia Voglia. Così mi scoprii a fantasticare sopra un possibile significato nascosto del nome Marianna, a una qualche affinità di destino con il mio, oppure sopra quel bel piede sinistro rivolto a me, come se l’attenzione non fosse alla lezione, ma ai miei muti segnali, ai desideri, alla seduzione di accarezzarsi i capelli o giocare con la collana di pasta di vetro azzurra che pendeva dal collo esile. Eri seduttiva: se avessi indossato un bell’anello color platino a fascia grossa e piena, la mano avrebbe giocato anche con quello.
La lezione intanto continuava dietro l’abile gestione di un appassionato relatore, che in fondo meritava la mia attenzione, non fosse altro che per la forza che metteva nello svelare i segreti di tempi tanto lontani. Così mentre il mio istinto si perdeva nel bel profilo femminile di Marianna, al mio fianco, proprio in quel momento, lo stesso Ippolito d’Este ritornava e destava la mia attenzione razionale: non era la figura maestosa di un libro o la descrizione puntigliosa di un professore, questa volta nessuna leggenda avrebbe potuto trattenere la sua umanità. La grandezza storica del cardinale era tutta nelle parole del barbuto professore e filosofo, che tanta precisione metteva nei fatti della sua esistenza. La persona, non il politico con la grandezza della sua figura storica e con la magia del passato, del mito, tornava a parlare dentro di me. Così si destò nuovamente la mia attenzione: non fermai le mie fantasie, le completai.
-…la causa scatenante del dramma fu incredibilmente futile.- Insinuava la suadente voce storica e autorevole del saggio che parlava in nome della mia Ferrara.
-I principi d’Este Giulio e Ippolito, s’innamorarono della stessa avvenente damigella, la bellissima Angela Borgia, cugina di Lucrezia. Terribili furono le conseguenze di questa rivalità, da un lato scatenò una faida interna al casato, dall’altro fu all’origine di un grave atto politico di ribellione verso il Duca Alfonso, architettato in origine dal fratello Ferrante… -.
«Come può ora² - dice esplodendo d’improvviso al mio fianco una voce roca e metallica, come sola, al centro della scena in un teatro dimenticato nel tempo -…come può il figlio di una cortigiana, un principe spurio, d’amor cresciuto dalla regale Eleonora mia madre, come un figlio, pensare di negare a me un desiderio? Avido e stupido mezzo sangue, il guaio se l’è cercato! Cosa vale a riscattare la vita miserabile di un uomo, a darle un valore se non la grandezza del potere? Perché sfidarlo e resistere? Io ho fatto ciò che dovevo. Questo sangue sporca ora il vile denaro di un sicario, non la mia mano. Non del sapor d’amore dolce di Madonna Angela m’importa, ma della ricerca d’umano che la non più giovane età, ora m’impone. Mille donne ho avuto e mille ancora potrei averne, ma mai la giovinezza mia è volata consumata dal vento come per i ragazzi comuni! La torre di pietra solida e isolata del Potere, la voliera d’oro della Chiesa, la mia “bell’età”, per tanto tempo sempre pronta alla caccia, hanno riservato a sé: schiavo, aggiogato all’ambizione e al mio Dio cristiano. Ma questo che vuol dire, se non credere di essere uomo, se non chiedere ancora ciò che manca, ciò che la mia abnegazione merita dopo anni di doveri, maturità, astuzia e politica, dopo tanto vagare? Niente ora mi spetta più di un poco di tenerezza e le mille attenzioni di una donna, la quale sceglie il meglio che dalla sua esistenza può sperare: ciò che denaro non compra. Così ho ricordato il momento della mia rinuncia, avvenuto tanto tempo fa, la serena accettazione di un destino di vita ecclesiastica non da me cercato, ma subìto per seguire il progetto dei nobili miei antenati, dello Stato estense, del vecchio, severo padre scomparso, di un fratello rispettabile e giusto alla guida di un casato glorioso³. Cosa ho perso dopo quella scelta da altri compiuta, se non un’immensa voglia di tenerezza4? Il potere uccide l’anima degli uomini per trasformarli in Dei immortali e senza emozione. Ora la mia è voglia di ricordi da sfogliare come il codice antico di un manoscritto, il racconto di una storia persa nel tempo, ritmata dal solo fruscìo del fuoco di un camino nelle fredde sere d’inverno, di morbide note, sotto l’ultima moneta che richiama la memoria. Ho voglia di quel silenzio che nutriva “Messer Lodovico5”, che si asciuga negli occhi, mentre le immagini scorrono nella mente, una sopra l’altra, una dentro l’altra, intrecciandosi a storie vissute che da sole, si raccontano. Le labbra non parlano, nessun rumore, nessun suono emesso oltrepassa il sorriso dei bei ricordi. Il silenzio fa voglia di prendere il volo, voglia di sole e cielo azzurro, di nubi e pioggia, del suono che ha la tempesta quando scatena la sua forza immensa, voglia di sedermi su un argine la sera a guardare il grande fiume che scorre calmo e lascia quel desiderio di casa e protezione che fa raccogliere le ali, guardare il tramonto, tremare, fa voglia di vivere quelle sensazioni che dell’emozione fanno cornice, che le fa sentire, respirare, toccare.
Non so nemmeno io di cosa ho voglia, forse luce fioca e appena accennata che filtra tra lo spiraglio delle finestre al mattino, di una luce in piena che annega gli occhi sui prati fioriti a primavera, ma forse ho voglia di freddo, di una mano delicata in cerca di calore, della brama di un tocco per sentire addosso la sua pelle e in quel momento di dolcezza immensa, sciogliere l’anima su belle coperte damascate6 e morbido pelo d’ermellino che soffoca il brivido dell’inverno. La voglia poi si muove in un sogno da spezzare tra le dita, da far entrare in un letto per chiudere gli occhi fino al mattino, perso in un pugno di stelle lontane da contare in un notturno, lontano universo. Ho voglia di avere voglia, d’essere come la porpora che scorre nel mio sangue blu, dove il pensiero non dice solo il nome di un casato, ma è parola e respiro che in un attimo si fa eterno. Prego di stancare questa vita e tramortirla, lasciarla correre e scoprire che significa avere il fiato in gola, stendermi tra le sue braccia di donna e rimanere così, in un cerchio di bellezza senza fine. Una notte d’amore non è solo orgasmi infiniti, contati sulle dita fino a sfinirsi, ma anche sfiorarsi con gli occhi, ascoltarsi col naso, vedersi con le labbra in un gioco dolce di passione e delicatezza. Come posso solo pensare di perdere tutto questo? Accettare il rifiuto di una bella cortigiana e l’affronto di un mezzo sangue. Non ho fatto nulla di male7».
Così dicendo d’improvviso la voce si spegne, la pallida immagine al centro di quella scena da sogno cede al vortice del tempo, come in punto di morte, il nobile corpo nel pieno dell’orgoglioso canto, come morto si lascia cadere8.
D’un tratto l’incantesimo si era dissolto nel tempo di un respiro. Quel teatro buio senza fine era scomparso nel nulla, tornando una semplice sedia vuota che mi stava al fianco. Ero quasi senza fiato, gli occhi spalancati e increduli. D’improvviso il tempo come un sipario era calato per chiudere il passaggio a nord ovest tra due dimensioni parallele e riprendeva a scorrere lento, smorzando le luci sul capo di un’ombra oramai lontana. Nessuno aveva udito o visto nulla, a parte me. Di colpo tornavo alla coscienza: a Marianna, alla sua tranquillità apparente, alla sua attenzione. Un sorriso sottile mi aveva preso, nello scoprire quanto male poteva fare il bene.
In ogni epoca amore intreccia la luce, l’oscurità e ogni frammento di vita, senza distinguersi in uno o in altro luogo con chiarezza. Non esiste genere umano senza attrazione per la Voglia. Quella che in un momento d’apertura e d’ascolto mi aveva trascinato e catturato proprio in quell’antica sala di ricevimenti, che una giovane donna e la visione di un nobile spettro venuto dal passato, mi mostravano andare oltre il tempo e lo spazio senza fine. Nel mio presente, la gamba delicata e femminile ancora mi ciondolava accanto…
Note:
1. Narratore e protagonista: parla in prima persona dell’incontro, direttamente alla co-proagonista. Il tempo è al passato.
2. Ippolito e Giulio. L’Amore per Angela Borgia. Assoluto, perché remoto e oramai fuori del tempo. La leggenda e la storia. Il monologo interiore di Ippolito si attualizza nel presente, avvicina il lettore, è sempre valido. Presente storico.
3. Ippolito ancora ragazzo fu destinato alla carriera ecclesiastica, rinunciò all’umano per potere, seguendo il progetto del Casato: personaggio astuto ma freddo, giudica L. Ariosto superficialmente. La bella cortigiana per il proprio piacere sceglie Giulio “dagli occhi belli”. La bellezza sconfigge il potere?
4. La voglia: di tenerezza, d’attenzione, d’Amore, di sentirsi “umano” per scendere dall’Olimpo dei potenti e perdere l’imperturbabilità a favore dei sentimenti.
5. Le “corbellerie” di Ludovico Ariosto, suo ambasciatore e letterato di corte.
6. Il Damasco è un tipo di tessuto operato monocolore con disegni stilizzati o floreali ad effetto di lucido-opaco. La sua nascita avvenne in Cina, ma il suo nome deriva dalla città di Damasco in Siria che ne fu grande produttrice ed esportatrice nel XII secolo.
In Italia le prime a produrlo furono Venezia e Genova che, come repubbliche marinare, avevano contatti con Damasco.
7. Affronto insopportabile. Ippolito è scartato a favore di un figlio spurio, un sangue misto. Secondo le cronache del tempo, Ippolito fece sfigurare Giulio d’Este da sicari.
8. Il tempo presente nell’episodio rappresenta la storia: è il discorso di un uomo intrappolato nella sua figura di cardinale e politico, dell’uomo si sa poco o nulla. Situazione ispirata dai personaggi della Divina Commedia.




