Le gemelle
di Ismaele Cattaneo
Edito da “Edizioni Microcosmo Creativo”, Licenza CC ByNcNd 3.0 Unported
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1. Laureando in lingue
Io, lei e lei. Le due sorelle. Ci siamo conosciuti quando il padre mi telefonò per quell’annuncio.
LAUREANDO IN LINGUE
IMPARTISCE LEZIONI DI INGLESE
A STUDENTI UNIVERSITARI E
DI SCUOLE MEDIE E SUPERIORI.
TEL. 349 25 18 076
Venivano da me a giorni alterni, alle sei del pomeriggio. Tra una regola e un esercizio le facevo ascoltare le canzoni di Bob Dylan, di Billie Holiday, di Richard Ashcroft, e insieme provavamo a tradurre i testi. Alla fine delle lezioni passavamo sempre una mezz’oretta a cantare con la mia chitarra, fino a quando non veniva l’ora per loro di tornare a casa per la cena. Avevamo trovato un bel feeling insieme, che presto divenne una confidenza fisica. Studiavano sedute sulle mie gambe e ripetevamo tutti e tre abbracciati sul lettone della mia stanza rossa, e a volte non studiavamo affatto. Alle volte facevano gli esercizi l’una sul corpo dell’altra, così che per correggerli dovevo scoprire la pancia di lei o le spalle di lei. Altre volte nascondevano i soldi delle lezioni tra i loro vestiti e io dovevo frugare sotto il cotone per poterli prendere. In fondo era solo un gioco innocente e un po’ libertino, ma non c’era niente di perverso nelle loro intenzioni. Io invece, data la mia età più matura, avevo sviluppato una malizia connaturata a tutti i miei rapporti con l’altro sesso, che mi impediva di vedere gli sguardi e le carezze come semplici sguardi e semplici carezze. E loro mi offrivano la possibilità di esercitarmi a cacciare quei pensieri maliziosi dalla mia testa.
In quel periodo stavo preparando la mia tesi di laurea sull’etimologia delle lingue germaniche ed ero spesso a casa. Capitava che le due sorelle venivano da me anche la mattina, quando facevano filone o c’era uno sciopero. Allora le obbligavo a studiare in un’altra stanza o a vedere uno dei miei film in lingua per non distogliermi dalle mie traduzioni dal tedesco antico, ma dopo poco loro venivano ad accarezzarmi la barba, il petto e le gambe e mi dicevano sfiorando le mie labbra con le loro di vederci il film insieme. Allora ci spogliavamo e ci infilavamo sotto le coperte del lettone, felici di baciarci e di toccarci innocentemente la pelle e la biancheria intima mentre scorrevano le immagini sul piccolo televisore.
Avevamo iniziato per gioco, durante una scena erotica di un film d’azione. Eravamo stretti e con la pelle nuda a contatto quando gli attori hanno cominciato a baciarsi e spogliarsi e palparsi avidamente. Ho allungato le mani lungo le schiene, lì dove cominciavano i bordi delle mutandine, e sono andato giù, dove la carne era morbida e bianca. Mi hanno fermato, ma quel limite violato è diventato ogni giorno sempre più abitudine. O forse era spontaneo giocare coi nostri corpi senza farci troppi problemi. C’era una tale innocenza nei loro gesti che io mi vergognavo con me stesso di non essere smaliziato come loro, che in fondo erano piccoline, e la loro sessualità era una legittima curiosità che io appagavo prendendomi la mia parte di piacere in modo discreto.
Non credo fosse pedofilia, le altre ragazzine non le guardavo proprio, e continuavo a uscire con i ragazzi della mia età e a vedermi con altre donne. Ma presto compresi che dietro quei giochi libertini c’era qualcosa che mi affascinava profondamente nel loro modo di osservarmi, allo stesso tempo senza pudore né malizia; nel loro modo di amarmi entrambe senza gelosia; nei loro giochi innocenti e tanto pericolosi se qualcuno li avesse scoperti.
Ci vedevamo ormai tutti i giorni. Avevo smesso di uscire la sera con la mia comitiva per far venire le due sorelline a casa. Dicevano bugie ai genitori per restare la notte di sabato a dormire nel mio lettone. Per loro quei giorni significavano dimenticare tutto il resto, i compiti per il giorno dopo, i programmi alla televisione, le telefonate alle amiche, la piscina, la nonna ammalata. Io dimenticavo il professore di tedesco, il traffico per le strade, il fitto da pagare, mia madre sola e depressa, la mia difficoltà nel gestire i rapporti con le ragazze della mia età. Eravamo solo noi tre, con la nostra felicità anarchica, il nostro desiderio di pensieri superficiali, la nostra forza di nascondere i problemi nel buio della mia stanza.
2. Medulla
Un sabato sera avevamo messo un disco di Björk, e al ritmo provocatorio della musica ci siamo spogliati cupidi di giochi lussuriosi.
Danzavo tra tanta rosea pelle e seni liberi e morbide mutandine e mani sulle nuche e gambe tra le gambe e lingua contro lingua, che ho avuto il brutale istinto della penetrazione. Era diventata una necessità ora che i nostri incontri diventavano sempre più un bisogno perverso piuttosto che un libero desiderio di amore, ora che mi masturbavo con maggiore frequenza.
Non sapevo come agire, se era giusto, che reazione avrebbero avuto, in chi dovevo entrare per prima. E poi non avevamo mai superato certi limiti, i nostri rapporti fisici erano sempre rimasti nelle regole plausibili per un gioco innocente. La loro naturalezza era sempre stata sorprendente, la purezza del loro corpo fuor di discussione, dal momento che avevano la metà dei miei anni. Ho spento la luce e le ho afferrate per la vita, trascinate sul lettone della mia stanza rossa, senza lasciare la presa. Ho messo la faccia tra le loro guance calde e ho sussurrato negli orecchi che volevo fare l’amore. A quelle parole la voce di Björk si è spezzata, la calda luce d’atmosfera è diventata una bianca luce a risparmio energetico. Vedevo le sorelle in piedi, con i contorni del viso molto duri, inquisirmi con lo sguardo. I nostri corpi ora separati presagivano la fine di quel gioco leggero e innocente.
Sono stato il loro primo amore, ma era comunque un amore adolescenziale, legato al senso di evasione e al bisogno mentale di sentirsi un po’ più grandi rispetto alle esperienze fatte. Anch’io ero innamorato di loro, di un amore che era una prigione perchè depravato e inaccessibile allo stesso tempo.
Si sono rivestite e sono andate via, nel buio della notte, portando con loro la serenità che aveva contraddistinto gli ultimi mesi trascorsi insieme.
Da quel giorno, quando ci vedevamo per fare lezione, ci continuavamo a desiderare segretamente, sfiorandoci di nascosto il collo, le gambe, il ventre, ma avevamo smesso di baciarci e di giocare con i nostri corpi nudi. Avevamo perso la complicità che ci teneva uniti tutti e tre, soppressa dalla vergogna dei nostri istinti di libertà, dalla morale bigama e maggiorenne.
Non avevamo più la spontaneità di una volta, se dovevo dire una parolina a lei, o fare una carezza a lei, facevo attenzione a non essere visto dall’altra gemella. Quando guardavo i seni dalle scollature di lei o dalla trasparenza dei merletti di lei lo facevo di nascosto. Loro non scrivevano più gli esercizi di inglese sulle loro gambe e io non dovevo più correggerli leccando via l’inchiostro dalla morbida pelle e quando si faceva ora di finire la lezione non restavano più a cantare la bambola o l’ultimo bacio.
Non era affatto facile far emergere i nostri complessi sentimenti, perché loro, in mia presenza, si controllavano a vicenda e si inasprivano di gelosia ogni giorno di più. Io, invece, desideravo entrambe alla stessa misura, e avevo imparato ad amarle contemporaneamente, così che era impossibile avvicinarmi a una di loro senza che l’atra ne rimanesse delusa.
Lo vedevo come mi guardavano storto quando lodavo la pettinatura di lei o sorridevo a lei. La concretezza del mio amore adulto, le mie richieste di appagamento fisico, le mie mani invadenti stavano distruggendo tutto: il gioco innocente, la serenità delle ripetizioni d’inglese, il rapporto complice delle due sorelle.


3. Erica e Raffaela
Invece Erica e Raffaela avevano parlato della situazione che si era creata, eccome. Due diavoletti come loro non avrebbero certo rinunciato ai loro giochi e al loro amore…
Così, dopo essere arrivate a un accordo che le avrebbe salvaguardate da eventuali rancori, si erano strette la mano e fatte l’occhiolino. Mi amavano entrambe, e non mi avrebbero conteso mai, così avevano deciso di condividere il loro primo uomo.
Una mattina c’era stato sciopero di non so cosa, così non erano entrate in classe ed erano venute a casa mia, come un tempo. Le ho mandate nella mia stanza rossa a vedere uno dei miei film in vhs, mentre io studiavo in cucina, ma una volta da sole, in camera mia, Erica e Raffaela si sono spogliate l’una davanti l’altra danzando di una musica immaginaria, infine si sono infilate sotto le lenzuola del mio letto, sfiorandosi le morbide pelurie e fantasticando all’idea di quella proposta che allora destò tanto scandalo da interrompere i loro giochi.
Pensavo che non sarebbe più successo nulla dopo quel sabato, e invece dopo un ora Raffaela esce dalla mia stanza per andare in cucina a bere dell’acqua dal frigorifero. Dopo passò dietro la mia sedia, e dopo avermi passato le sue mani sotto il maglione mi baciò con le sue labbra fredde per lunghi minuti. Poi, facendomi il gesto del silenzio con l’indice sul naso,ritornò nella stanza e dopo poco uscì Erica, che trafficò a vuoto in cucina per un paio di minuti prima di venirmi vicino e chiedermi di allacciarle il reggiseno dietro la schiena. Poi si girò per ringraziarmi aggiustandosi platealmente i seni nelle coppette.
Da quel giorno ogni volta che venivano da me la mattina succedeva qualche strano episodio ogni volta che Erica o Raffaela uscivano dalla mia stanza. Erica dimenticava di chiudere la porta del bagno quando faceva la pipì e poi usciva in mutandine dal bagno per cercare qualcosa nella sua borsa lasciata a terra vicino il tavolo dove studiavo. Raffaela veniva a togliermi i trucioli della matita da sopra il pantalone con brevi colpi di mano, poi si sedeva su di me e mi baciava per cinque minuti di fila. Ma l’una in presenza dell’altra si guardavano bene dal compromettersi con atteggiamenti ambigui. E io dal fare passi falsi.
Era una situazione delicata, e inestricabile. Stava a poco a poco trasformandosi anche in un’ossessione. Amavo entrambe e desideravo entrambe. Ma non potevo certo baciare Erica e dopo dieci minuti Raffaela e poi di nuovo Erica e poi ancora Raffaela. Così non riuscivo nemmeno a costruire un minimo di rapporto di coppia, perché quando Raffaela mi chiedeva di fidanzarci o Erica di fare l’amore io rispondevo evasivo, o non rispondevo affatto. Mi tormentava il pensiero che questo doppio gioco sarebbe stato scoperto, prima o poi. Che non avrei rivisto più le due sorelline. Che qualcuno al di fuori di noi tre scoprisse delle nostre storie clandestine e che avrei passato un guaio con la giustizia.
Alla fine avevo cominciato a dipingermi come un mostro, un pervertito pedofilo, un imbonitore doppiogiochista. Sognavo le sorelline sedute sul tavolo della cucina, sopra i libri di tedesco, le mie mani sotto le loro gonne, i loro piccoli seni sodi sulla mia faccia… poi nel sonno venivo naturalmente, e continuavo a sognare. Scendevo in lacrime le scale interne del mio palazzo inciampando nei miei pantaloni aperti. Li tiravo su con le mani sporche di sangue e correvo fino all’uscita. Mi aspettavano sulla strada le sirene blu della polizia, e al rumore dei mitragliatori mi svegliavo di soprassalto.
4. Palpebre serrate
A marzo Raffaela aveva vinto le selezioni per i campionati regionali di nuoto, così aveva cambiato gli orari di allenamento. Erica poteva venire più spesso a trovarmi, e ne approfitto per stringere i rapporti con me. Quando eravamo soli ci negava i piccoli piaceri dell’erotismo dicendo che avevamo il diritto di fare l’amore se solo ci fossimo amati davvero. «Se vuoi fare l’amore con me devi smettere di vedere mia sorella». diceva. «Lo so che ieri è stata nel tuo letto.» E questo significava non vedere più Raffaela, uscire fuori dal mio appartamento e fregarsene di quel che pensava la gente per bene, tanto noi due eravamo fidanzati. Un’ idea poco praticabile, dato che non mi sono mai sentito tranquillo nel giocare con delle ragazzine appena tredicenni. Inoltre Raffaela, durante il suo turno a casa mia, si spogliava e si faceva leccare, mi sbottonava e poi mi baciava. Parlava meno dei problemi dei nostri rapporti, era più pratica e libera nel gestire i suoi sentimenti e la sua sessualità, e questo per me andava bene. Meglio. Diceva solo «Se vuoi scopare, scopati mia sorella. Poi, però, non ti aspettare che io faccia l’amore con un porco come te».
Quando ero da solo e cercavo di decidere chi delle due volevo continuare a davvero a vedere, la sensualità, il mistero, la complessità di Erica avevano la meglio. Di poco.
Ma poi passavo un paio d’ore con Raffaela, e sotto le sue mani sicure e la sua bocca avida diventavo sempre più un indemoniato, la costringevo a stare sotto il peso del mio corpo e premevo ritmicamente sul suo ventre, sentivo di impazzire se non avesse allargato le cosce e mi avesse fatto entrare. Lei non opponeva particolare resistenza, e dopo pochi istanti alzava una gamba per stringerla dietro la mia schiena. Appena trovai le umide carni scivolai nel piacere, ma al suo primo gemito di dolore mi arrestai davanti al suo viso inerme. Nei suoi occhi chiusi leggevo il desiderio di trattenere la sua purezza con la sola forza delle palpebre serrate, quell’innocenza che io ho sempre cercato in ogni donna e che ora lei stava perdendo per sempre, trapassandole il corpo come una lama di spada. Uscii dal suo ventre illeso e mi liberai dal suo corpo serpentino. Rimasi in silenzio steso sul bordo del letto. Raffaela si rivestì nel buio e andò via, senza dire una parola.
Era degradata ogni cosa che ci rendeva felici all’inizio delle nostre lezioni di inglese, ogni azione che facevamo era sempre destinata a fallire quella ricerca disperata di semplicità, negli sguardi, nelle carezze, quella condizione iniziale di desiderio mentale e libero dal vizio della nostra natura animale.
Dovevamo fottere da subito, senza fingere di aggirare i nostri schemi mentali di critici moralisti, di edonisti moderati, di giuristi anarco-liberali. Abbiamo seguito la strada delle pippe mentali, e questi sono i risultati. Rasentano la malattia.
5. La scommessa
Il giorno dopo venne Erica a bussare. Non voleva entrare, diceva che non ci saremo più visti.
«Come?» Le chiesi.
«Sono stanca di aspettarti. Prendimi adesso o mai più».
Provai a trascinarla dentro casa, qualcuno poteva sentirci, e non era certo il caso.
«Se entro in casa dovrai portarmi nel tuo letto e promettermi quello che ti ho chiesto».
Non sapevo come rispondere, ero colto all’improvviso, ero ancora confuso dai ricordi di ieri con Raffaela, avevo il timore che qualcuno per le scale potesse sentirci. Non dissi niente, e rimasi immobile, lei disse «Addio?» ed io rimasi muto, fin quando la porta non si chiuse violentemente a un palmo dal mio naso. Ero sporco nella coscienza, non potevo fare il doppio gioco con i sentimenti due ragazzine alle prese col primo amore, quello che non si scorda mai. Dovevo smettere di vederle, dovevo riprendere a frequentare donne della mia età e fottere senza cuore come facevo prima.
E così fu. Mentre dicevo queste parole Erica era scesa giù al palazzo, c’era Raffaela che l’aspettava con ansia.
«Ho vinto io!» ridacchiò.
Erica imbronciata rispose «Si, sorellina. Ma blu era più bello…»
Tornavano a casa, le due sorelle. L’aria che si respirava sembrava più buona del solito. Metteva un certo appetito. A cena avrebbero detto al padre che non sarebbero più andate alle ripetizioni di inglese, perché dovevano dedicarsi a tutte le materie ora che l’anno scolastico volgeva a termine. E poi il babbo avrebbe fatto per loro una grossa spesa proprio in questi giorni, uno scooter nuovo per andare a scuola. Verde, il colore che aveva scelto Raffaela.
Raffaela: «Poi non è che hai proprio vinto tu… In fondo sei ancora vergine…»
Erica: «Si, ma sei stata tu a giocare l’ultima carta… e ad accorciare i tempi per…»
…
Raffaela: «Ci sei rimasta male? Insomma… che…»
Erica: «No… figurati. Meglio pensare a quelli della mia età.
(Ridono).
Le loro risa riempivano di colore le strade e i palazzi attorno, nei balconi sopra di loro le fioriere straripavano di profumo e di vita, e, più su ancora, il cielo era limpido e immenso.
Era primavera, e il sole non tramontava mai.
Erica: «Oh, Ela. Ma mo’ mica ci vai veramente a letto?»
Raffaela: «Mmh… no. No. «Meglio pensare a quelli della mia età. No?»
…
Raffaela: «Cos’è? Sei gelosa…» (Ride).
Erica: «Daài, scema!» (Ridono).
(Ridono).
(Ridono).




