La Sagra delle Ciliegie di Terranuda
Non dimenticherò mai la Sagra delle Ciliegie. Ero letteralmente fuggito dalla città per trovare un po’ di pace, per respirare aria pulita, e per sorridere. Quel posto era un quadro di Camil Corot, e odorava di Maddeleine.
Uscito dall’ autostrada mi sono dovuto subire quaranta minuti di curve. Ho lasciato l’automobile appena ho letto il cartello “benvenuti a Terranuda” ed ho proseguito a piedi verso valle, dove c’era la fattoria che aveva organizzato la sagra. L’aria si lasciava respirare con piacere, si poteva già sentire la musica in lontananza, e nuova energia mi ha fatto dimenticare dei chilometri percorsi per arrivare fin qui.
Un’enorme parete rocciosa è immediatamente a ridosso del piccolo paese, e da dietro le case si può toccare la montagna e sentire sotto il palmo della mano il calore della pietra. Piazza del Municipio è una grossa terrazza naturale, affaccia a picco sulla vallata: terra a perdita d’occhio, vigneti, frutteti, prati per il pascolo, campi di fiori rossi, campi di grano, fino alla linea d’orizzonte. C’è poi una scalinata stretta e ripida che porta giù nella parte vecchia di Terranuda. Non c’è l’asfalto a Terranuda, non giù al Municipio. Non ci sono nemmeno le automobili, o i motorini, l’unico modo per accedervi sono questi gradini antichi. Nel cuore di Terranuda si cammina scalzi, e ci si veste di abiti semplici e basta.
Scese le scale, sono stato accolto da sorrisi e sguardi curiosi, grida di bambini che giocavano nelle strade e cani liberi di comportarsi da cani. È bastato un attimo per entrare in quella atmosfera. Ho tolto le mie scarpe e sfilato i calzini di spugna. Ne sono usciti due piedi bianchi e umidicci, per un attimo mi sono sentito ridicolo, ma poi il calore della terra nuda ha irrorato i miei nervi e una nuova sensazione mi è entrata in circolo. Sentivo un’eco primordiale vibrare in un antro profondo del mio corpo. L’energia veniva dalla terra, dalla nudità della terra a contatto con la nudità dei piedi.
Mi sono stupito, eppure non c’è niente di strano, solo che spesso dimentico che l’uomo ha sempre tratto energia vitale dalla natura. Qui nessuno l’ha dimenticato. Gli abitanti di Terranuda sono discendenti diretti della terra, i cui avi avevano certamente radici infinite. Infatti gli anziani sono rugosi come le cortecce degli alberi che crescono tra le case, e con il loro sereno silenzio mi hanno portato a pensare a statue di eroi, a leggi universali, a Ghandi, alle poesie di Hermann Hesse.
E le donne, le donne di Terranuda sono frutti rubicondi senza traccia del tempo. La loro pelle è lucente e profumata, come la buccia delle mele; i loro sorrisi bianchi di sole riflesso; e sulle loro gambe, nude senza malizia, portano i segni che i vestiti semplici non mostrano. Tutta la loro personalità la si poteva scrutare da lì, dalle cicatrici della pelle, dai muscoli forti e dalle abbronzature che finivano appena sopra le gonnelle di cotone. Ho immaginato le loro storie, e mi è sembrato di conoscerle tutte da molto tempo. Sapevo di essere innamorato da sempre di quelle donne.
Mi sono completamente perso nell’osservare una ragazza sui diciassette anni, seduta sui gradini della sua casetta. Aveva gli occhi di chi è innamorato, quell’amore puro, quello sguardo assorto in sogni che si spingono nel futuro, che si allungano nel tempo, come i suoi capelli castani che lunghi e lisci lambivano il gradino della sua casetta. Sulle sue gambe aveva graffi freschi di spine, e piedi neri. Certamente era andata a raccogliere le more lungo la strada sterrata, per fare una crostata e lasciarla sul davanzale della stanza del ragazzo che segretamente ama. Aspettava con ansia che si facesse fredda, intanto sedeva sul gradino della casetta per prendere gli ultimi raggi di sole prima del tramonto, e osservava serena il suo piccolo paese riempirsi per la festa di stasera.
Ero stupito, ammirato dalla sua autenticità di cui mi ero assolutamente convinto, e provavo nostalgia per quelle dinamiche un po’ rustiche che mi ero perso nella mia infanzia in città; provavo invidia per quelle attenzioni che regalava al suo innamorato senza pretendere niente, purché lui le avesse ancora permesso di sognare; ho provato un senso di disperazione profonda per l’eventualità che lui potesse non cogliere l’infinita preziosità di una crostata fatta con le mani nella farina.
Poi la sua gonna consunta le è scivolata fin sotto le ginocchia. Lei si è alzata in piedi ed è entrata nella porticina di legno, imbarazzata dalla mia prolungata attenzione. Il battente si è chiuso dopo alcuni secondi. Ho sentito una folata di vento nel mio cervello che ha scombinato tutti i miei ricordi come fossero fogli di carta messi in pila sulla scrivania.
Intanto a valle hanno iniziato a ballare al ritmo delle tammorre e ad alzare i primi calici di vino. Alcuni ragazzi hanno raccolto in fretta i loro zainetti ammucchiati attorno a un alberello, che incredibilmente viveva in mezzo alla strada, e sono scesi per il viale sterrato che conduce alla fattoria della Sagra. Quasi hanno corso, per arrivare il prima possibile alla festa e per non perdersi nemmeno una danza. Mi sono ripreso dall’alienazione di un minuto fa e mi sono accodato a loro, e in un baleno siamo arrivati in uno spiazzale sterrato di fronte la fattoria dove una folla di gente in abiti storici ballava, brindava, rideva a voce piena.
Mi hanno offerto da bere, mi hanno stretto le loro mani robuste, e parlato sorridendo, ma appena incalzava la musica mi sono ritrovato solo in mezzo a una folla danzante, e allora ho ballato anch’io, senza nessuna vergogna. Una donna si è agganciata al mio braccio e abbiamo girato in tondo sollevando i piedi scalzi, e abbiamo girato e girato finché non siamo caduti a terra, ridendo. Ci hanno offerto braccia per alzarci e vino rosso dal sapore rotondo, e la serata è andata avanti senza che mai finisse l’energia tutta intorno.
Quando il cielo ha iniziato ad imbrunire mi sono fermato, esausto. Mi sono seduto sul muretto di pietra di un pozzo ad osservare il chiasso festoso e pacato dei paesani, lo spiazzale che si stava riempiendo di gente. Ho chiuso gli occhi e sono rimasto ad assaporare l’odore del fieno, e del vino caduto da calici alzati tanti anni fa, ormai aceto intriso nel legno delle costruzioni. In quel momento ho sentito una mano materna accarezzarmi lungo il braccio. La donna del girotondo mi stava dicendo «Vieni. Andiamo a mangiare qualcosa tutti insieme». Ancora dovevo mettere a fuoco il suo viso e le sue parole che lei già mi aveva preso il polso e tirava verso di se.
«Mi chiamo Maria».
Parlava senza filtri, giungendo subito nei muscoli che muovevano le gambe verso le panche in fondo allo slargo.* * * * *
Dopo cena il sole era ormai calato, gli uomini hanno acceso le pipe e le donne si sono messe a chiacchierare. Quelle più scatenate sono tornate a ballare, anche se i gruppi di musica popolare avevano smesso di suonare e la musica tipo lounge riprodotta da un cd si era rubata tutta l’atmosfera festosa del tardo pomeriggio. Adesso c’erano luci colorate che illuminavano un minuscolo palco dove alcuni ragazzi mettevano a punto cavi e microfoni per suoni amplificati. Lo slargo dove prima ballavamo attorno ai musicanti si era affollato di gente più giovane, così il marito di Maria mi ha spronato ad aggregarmi ai ragazzi della mia età, dicendomi che avrebbero dovuto esserci anche i suoi figli, di ritorno dalle città universitarie. Non avrei mai voluto alzarmi da quella tavolata di gente serena, ma ho finito per fare ciò che questi si aspettavano da me, cioè che mi comportassi da ventenne e che andassi a divertirmi insieme agli altri ragazzi. Ho cercato di pagare una parte del conto, ma Maria mi ha detto «non sei un nostro ospite, sei Figlio».
Mi sono accomiatato, ringraziando Maria e il marito e tutti gli altri per la cena e la compagnia e mi sono addentrato nella folla. Ma chissà perché stare in mezzo ai ragazzi della mia età mi ha riportato in quella realtà da cui ero riuscito a sfuggire per alcune ore, e immediatamente mi sono ritrovato insofferente ad assistere ad un concerto di musica alternative, genere che mai come questa sera ho trovato incredibilmente banale. Attorno a me i ragazzi restavano indifferenti, isolati nei loro microgruppi fatti di conoscenze consolidate, rituali di sballo artificiale, sguardi distaccati da tutto ciò che non li riguarda in prima persona.
Mi sono allontanato dal palco, cercando riparo anche dalla musica amplificata che ho sempre ritenuto esageratamente alta, cercando ancora Maria e quell’atmosfera calda e gioiosa che si era dissolta dopo cena. Mi chiedevo se sono io che non riesco a inserirmi nei contesti in cui dovrei stare o sono gli altri a rendermelo particolarmente difficile. Con gli adulti stasera avevo passato una splendida serata, con quelli della mia età non ho scambiato nemmeno una parola. Chissà se dipende da quel mio costante interesse per i tempi andati, dal mio amore per il classico, se nei cinquantenni di Terranuda avevo trovato le mie radici…
Passeggiavo da solo per la fattoria, e mi stupivo alla vista di qualsiasi animale. Com’è grande la mucca, pensavo, com’è forte il cavallo, come sono umani gli occhi del maiale. Com’è vero il profumo del fieno, com’è fresca l’acqua della sorgente, come sono più simili al colore della terra i miei piedi ancora scalzi.
Qualche coppia a braccetto, con pantaloni di jeans e felpette sulle spalle, guardavano con curiosità gli animali; alcune bancarelle distanti dal palco vendevano prodotti agricoli, vino, miele, dolci; dove non arrivava l’illuminazione delle lampadine delle bancarelle alcuni ragazzi si appartavano per baciarsi, altri avevano acceso un fuoco e tutt’intorno si esibivano in giochi da circo. Mi avvicinai per vedere le performance dei giocolieri e restai distratto dai miei pensieri esistenziali per qualche altro minuto ancora. Poi ritornò il pensiero della festa che si stava consumando nello spiazzale grande della fattoria, al fatto che io ero qui immobile, incapace di aggregarmi e mischiarmi come avevo saputo fare nel pomeriggio. Sentivo che stava per nascere dentro al mio petto quella nota sensazione di malessere che mi viene sempre quando mi trovo impotente davanti a me stesso, un vortice che mi trascina in scenari di solitudine e fallimento. Mi voltai per tornare sui miei passi, per sfuggire a quel vortice, per cercare rivalsa, dovevo avere il volto teso, pronto alla sfida, in quel momento, e invece i miei occhi si riempirono di smarrimento e abbandonai il controllo sul mio corpo.
Davanti ai miei occhi apparve un clown. Un clown, con tanto di cappello nero a cilindro, viso bianco e naso rosso di cera.
Aveva una piccola lacrima disegnata sugli zigomi, un viso fresco e dai lineamenti femminili e lo sguardo profondo, che continuava a fissarmi. Per la prima volta nella vita mi sono sentito svuotato dei miei segreti, e per un attimo ho creduto di piangere, senza motivo. Lei mi ha asciugato la prima lacrima con un fazzoletto a fiori arancione e mi ha dato due pizzicotti sulle guance.
«Tu chi sei?» le chiesi. Sentivo un taglio nell’anima dal quale zampillavano fiotti di lacrime inestinguibili, eppure stavano per diventare un fluire calmo in un posto remoto. Lei sorrise, dolce. Mi diede altri due pizzicotti sulle guance, allora capii che dovevo sorridere anch’io. Mi sforzai. Non venne granché bene. Lei sorrise di nuovo, con pazienza. Tirò fuori da non so dove una rosa, una rosa magica, perché ebbe l’effetto di capovolgermi il cuore. Sorrisi. Restammo a guardarci per lunghi secondi di silenzio lunare.
A un certo punto devo aver aperto la bocca, perché lei ha messo la sua mano sulle mie labbra e mi ha impedito di emettere qualsiasi suono, nonostante non avessi la minima idea di cosa volessi dire o stessi dicendo. Mi sono chiesto chi avessi di fronte, se dietro quel viso bianco e quel naso rosso si nascondeva una ragazza o una fata o se era un’allucinazione. Aveva un viso familiare, forse un ritratto di Théodore Géricault.
Mi ha preso la mano, l’ho lasciata fare. Mi ha portato tra alberi di mele, vitigni, rocce. Lungo il percorso cercavo di dire qualcosa, senza riuscire a trovare una sola parola che non fosse suonata distorta in quel momento. Decisi di rimanere in silenzio, mi accorsi di come lei assorbiva l’aria attorno. Provai a fare lo stesso, presi un respiro profondo, lacerante per i miei polmoni urbanizzati, e dentro me entrò profumo di luna lucente e acqua sorgiva e ruvida corteccia e nitide civette. Lei si girò a guardarmi, aveva uno sguardo lungo e lento, un brivido mi attraversava, sentivo la pelle fresca della sua mano scivolare. Mi stava accarezzando l’anima.
Faceva un gesto morbido contro il suo petto. Ad occhi stretti respirava qualche centimetro d’aria, e per un istante si ridusse la distanza tra le nostre bocche mute. Ho preso la sua mano e l’ho poggiata sul mio cuore. Rise. L’aria si era riempita di musica. Il cappello a cilindro le cadeva davanti agli occhi, il suo viso era coperto di bianco di luna e le sue labbra erano tinte di succo di mora. Ha sciolto i suoi capelli lunghi, ma io l’avevo già riconosciuta.
Lei aveva ripreso a camminare, con ritmo giocoso. Tre passi… un saltello, tre passi… un saltello. Le correvo dietro, divertito. Facevo attenzione a tutti gli odori e le immagini, stavolta. I nostri passi erano musica cadenzata, eravamo parte di qualcosa di immenso, di incomprensibile. Il cielo era blu blu come quando è piena estate e dietro l’orizzonte sta per nascere il sole. Vivere quel momento era talmente bello che passato e futuro persero ogni ragione di esistere. E infatti nella memoria non è rimasto altro che il suono dell’erba sotto i piedi scalzi e l’odore leggero delle sere di aprile. Sapore di more nella bocca e uno squarcio nell’anima a forma di sorriso, lungo quindici centimetri.




