La poltrona
Silvia aveva ventotto anni, ma a vederla non gliene davi più di dodici, con quei suoi occhioni furbetti, da monello, che studiavano continuamente ogni minima espressione di chi le si trovava di fronte, come se fosse pronta a tirargli uno scherzo da un momento all’altro. Non ricordo precisamente come la conobbi, probabilmente era parente di uno di quegli amici di famiglia che abbiamo smesso di frequentare quando traslocammo. Ricordo, però, che una volta passai un intero pomeriggio (era una Domenica, perché solo di Domenica si ha tanto tempo a disposizione per pensare. Anche per pensare a niente.) a cercare nella letteratura, almeno in quella che conoscevo, un personaggio, un modello che le somigliasse: l’unico nei cui panni riuscii ad immaginarla fu Lucignolo, l’amico di Pinocchio.
Silvia era chiusa, un po’ scontrosa, solitaria. Ogni tanto spuntava, inaspettatamente, a casa mia, solitamente verso ora di cena, vestita, estate o inverno che fosse, con una sahariana militare più grande di lei di almeno due misure. Era una specie di folletto che faceva le sue apparizioni sempre alla stessa maniera, sempre con i suoi capelli color carota spettinati, tagliati corti e male (sono convinto che li tagliasse da sola), sempre con quei grandi occhi azzurri che sembravano incolparti per qualcosa, sempre con una enorme borsa di corda color nocciola piena delle cose più impensabili che le dava un’aria da profuga.
Quando veniva a trovarmi era capace di aprirsi e stare lì a parlare per delle ore, di raccontarmi, fino nei minimi dettagli, tutto quello che le era capitato dall’ultima volta che ci eravamo visti. E di cose da dire ne aveva sempre parecchie, visto che a volte passavano diversi mesi senza che ci vedessimo o ci sentissimo. Eppure non riusciva mai ad annoiarmi. Una di queste volte mi raccontò di una mucca.
“Hai presente la poltrona a chiazze bianche e nere che ho a casa mia?” - mi chiese quel giorno - “Anche quella ha una sua storia.”
Silvia, a quel tempo, viveva in un monolocale del centro storico, dentro un palazzo che fu costruito nel Settecento per l’ordine dei cavalieri Templari, e che quindi assomiglia a un convento, con i corridoi lunghissimi sui quali si affacciano le porte delle stanze: a sinistra quelle spaziose, che erano la dimora dei cavalieri, dei veri e propri appartamenti grandi più di cento metri quadrati; a destra quelle, che in confronto erano minuscole, dove dormivano i servitori e gli scudieri. La stanza di Silvia era una di queste ultime. Col tempo però aveva trasformato la sua celletta in una piccola reggia, essenziale e sontuosa al tempo stesso. Aveva realizzato un soppalco, sul quale c’era la sua ‘camera da letto’, con un lucernario circolare che sovrasta i palazzi circostanti, dal quale, la notte, si scorge una grande fetta di cielo stellato.
“Il lucernario mi serve per i sogni ad occhi aperti” - mi disse un giorno. Lei aveva dieci anni più di me, ma non credo di aver amato mai nessuno quanto ho amato lei la volta che mi disse quella cosa sui sogni ad occhi aperti.
Al centro della stanza c’era una poltrona che rivolgeva la spalliera verso l ‘ingresso. Era una poltrona di velluto rosso piuttosto vecchio, una di quelle che all’occorrenza si trasformano in un letto. Non so dove l’avesse rimediata, ma si intonava perfettamente con tutto il resto dell’ambiente. Per la verità, se un arredatore avesse visto quella camera, avrebbe detto che lì dentro non c’erano due cose che stavano bene assieme. Ma a rendere il tutto davvero armonioso era Silvia, con la vita che dava a ciascuno degli oggetti presenti. E la vita a questa poltrona Silvia la diede ricoprendola con una enorme pelle bianca a chiazze nere.
“Quando ero bambina - mi raccontò - i miei nonni vivevano in campagna. Abitavano in una specie di fattoria vicino alla sorgente del fiume, lo stesso fiume che bagna anche la città, solo che lassù è più pulito. In questa fattoria c’erano tutte le specie di animali che potessero interessare ad una bambina come me, tranne forse le giraffe. Passavo giornate intere a giocare con i conigli, a parlare con le anatre e le galline, ad accarezzare Marta, la gatta di mia nonna, a rincorrere Whisky, il cane da caccia, a sognare di cavalcare come un cow-boy uno di quei vecchi cavalli che mio nonno aveva da tempo smesso di usare per trascinare gli aratri e la mietitrice, ma non aveva la possibilità di vendere perché erano troppo vecchi, né aveva il cuore di uccidere.
“…E poi c’era la stalla. Mia nonna diceva che era meglio se là dentro non ci entravo perché c’era troppa puzza. Ma i suoi erano consigli più che proibizioni, e i consigli (a differenza dei divieti che vanno sempre trasgrediti) si possono seguire o non seguire… Io preferivo non seguirli, e questo caso non faceva differenza. La stalla era per me il centro della fattoria: era enorme, alta due volte la casa. E lì dentro avevo assistito al primo miracolo della mia vita. Dentro quella stalla, quando avevo quattro anni, vidi una mucca che partoriva un agnellino. Quella era stata la scena più meravigliosa a cui avessi assistito in tutta la mia vita. Sentivo di voler bene a quella mucca, per l’esperienza a cui mi aveva fatto assistere, più che a mia madre.
“Quella mucca era l’animale più enorme che avessi visto in vita mia, era alta quanto mio nonno e larga almeno il triplo: non riuscivo a credere che avesse solo dodici anni, mentre mio nonno ne aveva ben settanta. Per me era normale che l’età di qualunque essere vivente fosse proporzionale alle sue dimensioni. Altrimenti perché io ero così piccola? Non riuscivo ad immaginare quanto sarebbe diventata grossa quella mucca, che so, a trent’ anni.
“Ma comunque non era questo il punto. Il punto era che, da quella volta, passai quasi tutto il resto dell’estate dentro quella stalla. E negli anni successivi, tutte le volte che tornavo alla fattoria dei miei nonni andavo a fare visita alla stalla.
“Un giorno, poi, ma allora ero già abbastanza grande, avevo, credo, diciassette anni, quella mucca morì. Io mi trovavo alla fattoria quel giorno. Mio nonno mi disse che se lo aspettava da un momento all’altro, disse che c’era in giro un’epidemia, e che quella mucca era già piuttosto vecchia e non sarebbe riuscita a sopravvivere.
Infatti non ce la fece.
Non riesco a descrivere quello che provai: la mia reazione fu contenuta, ma il dolore fu sicuramente eccessivo, considerato che si trattava di una mucca. L’unico ad accorgersene davvero fu mio nonno. E una settimana dopo mi si presentò con un regalo: la coperta che tengo sulla poltrona in salotto. Io capii subito di cosa si trattava e finsi di accettare di buon grado il pensiero di mio nonno. Poi la riposi nell’armadio e non volli più vederla. Capisci, se l’avessi usata mi sarei sentita come se stessi usando il teschio di mia madre per tenere ferme le carte sulla scrivania!
“Fu quando venni a vivere da sola che, nel tirare fuori tutta la mia roba dai cassetti ritrovai la coperta: per un attimo (ma fu solo un attimo) non riuscii a rammentare da dove provenisse. Poi decisi di portarla con me. E adesso eccola lì a coprire i buchi di quella poltrona di velluto rosso. Adesso Silvia si è sposata e vive a Chivasso, in provincia di Torino. Prima di partire ha lasciato a me le chiavi del suo appartamento. Ha detto che ogni tanto sarebbe ritornata, e quindi non valeva la pena affittarlo. Io le ho detto che, per quello, può sempre venire a stare a casa mia, lei e Guido, suo marito, tutte le volte che sarebbe tornata. Ma non ho voluto insistere, non tanto perché Guido mi sta un po’ antipatico, piuttosto perché nessuno che non sia Silvia potrebbe andare a vivere dentro quell’appartamento senza violentare la vita che c’è in esso. Da quando è andata via, quasi due anni fa ormai, non è mai tornata, neanche una sola volta. Tutte le volte che ci sentiamo promette di venire in occasione delle feste più vicine. Io sono andato a trovarla due volte. Ma lei non è più tornata. La sua casa è li che la aspetta. Ogni tanto (ma mi sento come un sacrilego quando lo faccio, una specie di profanatore) vado nell’appartamento di Silvia a togliere un po’ di polvere dai mobili, a sedermi su quella poltrona, a guardare il cielo attraverso il lucernario, a sognare ad occhi aperti.




