IT - 21 grammi tra esIsTere ed essere
C’è un posto, che amo più di ogni altro.
Un luogo così selvaggio da essere stato, un tempo, il confine estremo della terra conosciuta.
Ma a me così caro, così familiare da averlo scelto, fra tutti quelli che conosco, per deporvi per sempre il mio bene più prezioso. Adagiandolo piano, con amore; ai piedi di un piccolo, vecchio faro tuffato in acque irrequiete e trasparenti.
Quel posto, e quel faro, li ho visti una volta sola, una lontana estate della mia infanzia. Ma sono riemersi di recente, fino a galleggiarmi nelle pupille, dal fondo un po’ torbido della mia memoria disordinata.
Sono sempre stati lì, nella mia mente; ora lo so.
Da sempre dipinti in unico, magnifico emblema di solitudine; coraggiosa, dolce, invidiabile.
Ci sono da sempre. Quel faro solitario, un po’ smilzo. Quel mare azzurro, nervoso.
Un faro così minuscolo e indifeso da intenerire lo sguardo di una bambina. Fragile, nel suo perenne isolamento; ma talmente impavido e fiero da esporsi, immobile e instancabile, all’inestinguibile soffio del prepotente vento bretone, aggrappandosi soltanto ad una briciola di roccia in mezzo al mare.
Sono tornati a galla, quel mare e quel faro. All’improvviso, un giorno. Nella mia mente.
Forse per farsi scegliere, perché proprio loro cercavo.
Ed io li ho scelti subito, così perfetti, come custodi immortali del mio tesoro segreto.
L’ho portato là, il mio gioiello inestimabile: perché il suo posto era quello.
Ed ora è là. Che nuota, o naviga, o riposa. Da ieri.
Stavo per gettarlo in acqua, lontano… ma no. L’ho lasciato cadere, lieve.
Perché fosse lui stesso, o il mare, a scegliere la sua direzione. Per vederlo inghiottire in un lampo, dalla corrente liquida e vorace. Per immaginarlo svanire, lentamente; sparso e libero, nella corrosione della salsedine.
Ieri ero là, alla Point du Raz, con mio marito accanto.
E là ho rivisto, come allora, nel blu intenso e furioso dell’aria mattutina, flutti maestosi correre, e rincorrersi; e poi infrangersi, al ritmo costante di una danza scatenata e rumorosa, sulla lingua aguzza di uno scoglio brunoverdastro. Come un nastro di pietra scura, proteso verso il faro; che affiorava in uno specchio di smeraldi, sonnecchiando pigro. Disteso e sospeso tra cielo e mare; forse stanco di attendere, ormai da secoli, un naufrago benevolo da adottare. Mentre le onde, nel fragore del loro schianto, sputavano al vento il sale, e la schiuma. E con quelli, la rabbia dei trapassati in
mare che, per loro sfortuna, quella roccia non l’hanno toccata da vivi.
In cima a quello scoglio, dove giovani onde morivano a frotte, ieri mi è parso di vedere mio fratello, avvolto da fontane di spruzzi e rapito dallo spettacolo del sole che sorgeva.
Poi sulla spiaggia ho ritrovato mio padre, coi suoi capelli ricci e folti che avevo scordato. Intento a preparare il mio aquilone per quel primo, lontano, sospirato decollo. Aveva accanto me, bambina.
Da quello scoglio, ieri, ho abbandonato in acqua il mio tesoro. E mentre i cerchi, disegnati dal suo tuffo leggero, si confondevano al candore della spuma, l’ho rivisto planare, il mio bell’aquilone.
Mi è tornato alla mente quanto avessi atteso quel volo, e quanto fosse stato diverso da come l’avevo sognato. Ho risentito la paura, provata quel giorno, quando il mio uccello di carta si alzò in cielo: paura che divenne terrore, nei primi istanti della sua folle corsa scoordinata; e poi dolore, intenso.
Ricordo, non fu un gioco per me, ma una lotta; una battaglia che mi rubò, forse per sempre, gran parte della mia energia, del mio entusiasmo.
Avrei voluto mollare il filo, ma lo trattenni, anche se a stento. Quei continui, repentini e violenti strattoni mi ferivano l’orgoglio, e le dita. Il mio cuore batteva forte, la furia del vento mi rubava il fiato.
Forse per un istante, interminabile, temetti addirittura di spiccare il volo, insieme all’aquilone.
Però non dissi niente a mio padre, non riuscii a chiedergli aiuto. Aspettai in silenzio, cercando invano di placare il battito impazzito che mi lacerava il petto. Attesi a denti stretti, e a lungo, che tutto finisse.
«Adesso basta, Emma. Dobbiamo andare.»
Avevo atteso, paziente. E lui, alla fine, lo aveva detto.
Quanto sono stata, ieri, in piedi sullo scoglio, di fronte al faro? Non so.
Ormai era scomparso, il mio tesoro. Libero, finalmente.
«Emma, amore… possiamo andare?»
Mi ha sorriso paziente, mio marito; mi ha preso la mano.
Adesso sì, potevamo tornare.
E tornando mi sono rivista, in auto con mio padre e mio fratello, su una stradina polverosa verso il campeggio dove la mamma ci aspettava per il pranzo. Ho risentito mio padre canticchiare sul nostro
silenzio: mio e di mio fratello. E sulle note gracchianti di una radio scassata, infilata in qualche modo nel cruscotto sbiadito della nostra vecchia Cinquecento.
Fu allora, sulla via del ritorno dalla nostra gita, che mio fratello, con l’espressione severa di chi sta per annunciare la decisione più importante della sua vita disse, a bassa voce:
«Farò il guardiano, un giorno. Il custode del faro.»
Lo aveva detto piano, quasi sussurrando; ed io che, reduce da un estenuante duello, ero assorta in ben altri pensieri, non capii se volesse dirlo a me, a mio padre o, più probabilmente, a se stesso.
«Come dici, scusa?»
«Da grande. Sarò il guardiano del faro.»
Lo aveva detto forte, stavolta. Guardandomi con aria seria, dritto in faccia come forse non aveva mai fatto. Lui sempre immerso nei suoi pensieri, i suoi libri, i suoi sogni, di cui non amava partecipare nessuno.
Vidi i suoi occhi luccicare, ma la cosa dovette lasciarmi abbastanza indifferente visto che, stringendomi nelle spalle gli risposi, con fare solenne:
«Da grande… farò la parrucchiera. E’ divertente, e poi mamma dice che si guadagna bene. Oppure la dentista, magari…»
Per parte sua mio padre, sorridendoci nello specchietto retrovisore, esclamò fiero: «Da grande, Flavio sarà un ottimo avvocato… Altro, che faro!»
Non c’è mai stato molto dialogo, tra me e mio fratello.
Non per differenza di età, che era poca; ma per la distanza, un vero e proprio abisso, che da sempre ci separava.
Lui riflessivo, ordinato, assiduo, perseverante, accondiscendente.
Io impulsiva, incasinata, incostante, volubile, sempre recalcitrante.
Lui sedentario e secchione, il primo della classe.
Io dinamica e sportiva, quasi una promessa dell’atletica leggera.
C’era un vero e proprio abisso, a dividerci. Cosa avremmo potuto dirci?
E in effetti non ricordo, fra noi, un discorso compiuto; né un’occhiata complice, o una risata condivisa.
Niente di tutto questo, in venticinque anni di vita insieme.
«Passami il dentifricio.»
«Hai visto il dizionario?»
«Dove hai messo la pompa per la bici? »
Erano queste, più o meno, le frasi che di solito ci scambiavamo.
Non che litigassimo.
Non c’era modo di farlo, perché i nostri mondi si sfioravano appena. Non si litiga, quando ci si ignora.
Io non soffrivo di questa situazione, né penso che lui se ne sia mai dispiaciuto.
Eppure non lo odiavo, né lo invidiavo. Anzi lo stimavo, e gli volevo anche un po’ di bene.
Soprattutto lo capivo, o almeno credevo di capirlo. Pensavo di sapere, più di ogni altro, come era fatto mio fratello.
Certo lui non mi ha mai odiata, o invidiata; e poi non aveva nulla da invidiarmi.
Non credo mi stimasse, vista la mia oggettiva inferiorità, di fronte al suo esemplare perfezionismo.
Forse mi compativa ma, sensibile com’era, non me lo avrebbe certo fatto pensare.
Non credo mi abbia mai capita; è impossibile: neanche io l’ho mai fatto. Ma che nel suo cuore, lui mi volesse almeno un po’ bene, di questo sono sempre stata sicura.
Non servono parole, tra fratelli. Non servono occhiate, né risate. Almeno, non tra noi.
L’amicizia si sceglie, e va coltivata. Noi invece eravamo fratelli, e questo per destino. Nulla sarebbe cambiato, per una frase in più.
Quella del faro fu, forse, l’unica confidenza che lui ritenne di dovermi affidare.
Non era uno scherzo, lo sapevo. Lui non scherzava su certe cose. Anzi, lui non scherzava.
Era una cosa seria, ne ero certa; ma non gli avevo dato peso.
Stringendomi nelle spalle, con una stupida frase l’avevo zittito malamente, e solo per tornare al mio rimorso silenzioso, per aver perso la sfida con l’aquilone.
Ripensandoci oggi mi chiedo se forse, quel giorno, avrei potuto cambiare le cose.
Se solo lo avessi ascoltato.
Se solo avessi compreso, come avrei dovuto, che quella confessione era una richiesta di aiuto.
Il mio fratellone voleva entrarci, nel mio mondo.
Certo, lo avrebbe fatto a modo suo: varcando la soglia con fare circospetto, e quella strana andatura, tra l’impettito e lo smarrito. Per poi correre a sistemarsi in un angolino; da dove avrebbe osservato, giudicato, elaborato. Quindi, mi avrebbe detto le sue impressioni.
Forse mi avrebbe dato un consiglio, ed io ne avrei dato uno a lui.
Ci saremmo avvicinati, piano piano. Avremmo potuto aggrapparci l’un l’altro, nei momenti difficili; quelle situazioni complicate che, con l’adolescenza (ma come potevamo saperlo, allora?) ci avrebbero travolti entrambi, come un fiume in piena.
Invece non compresi. Non volli ascoltarlo.
Non pensai più alla storia del faro, né lui volle insistere.
La breve gita alla Point du Raz, per me fu in poco tempo un ricordo lontano; gettato alla rinfusa, insieme a milioni di altri.
Nella sua memoria, invece (ma questo lo capisco solo oggi), quella giornata sarebbe sempre rimasta in prima pagina. A significare un sogno, ed un brutale risveglio. Il rimpianto, meraviglioso e triste, di una vita intera.
Cosa mai dovrebbe rimpiangere un giovane e brillante avvocato, al quale la vita ha concesso in breve tempo così tante conquiste, riconoscimenti, e soddisfazioni?
Nessuno può capirlo, questo.
Nessuno, a parte me; perché io quella volta, e solo quella, rannicchiata nel mio spazietto sul sedile posteriore della Cinquecento, ho visto i suoi occhi brillare. Di una luce misteriosa, insolita, irripetibile.
La luce del suo faro, solitario e coraggioso, che mai si sarebbe spenta.
Che gli sarebbe sempre rimasta dentro, senza più mostrarsi a nessuno. Inesorabilmente imprigionata, fino a ieri, nella morsa tenace di una fragilità profonda, e crudele: la sua invincibile debolezza, a lungo celata.
Almeno io, adesso, finalmente ho capito.
Un giorno mi ha chiamato al telefono, mio fratello. Molto stringato, come sempre.
Mi ha chiesto di vederci, ed ho pensato si trattasse di quella annosa questione condominiale… una delle poche occasioni di incontro rimaste, tra noi, ormai da anni.
Mi sono presentata nel suo ufficio, con i miei soliti modi frettolosi e stanchi da casalinga affaccendata che senta tutte le responsabilità del mondo sulle proprie spalle. E col fardello del mio bel pancione di sette mesi malcelato sotto un ampio cappotto color cammello.
Vado molto fiera, della mia enorme pancia. Eppure mi imbarazzava, mostrargliela.
Deve averlo capito, o esserne stato imbarazzato a sua volta, perché ha distolto subito lo sguardo.
«Diventi mamma, che bello. Sono molto felice per te.»
Poi, senza tanti preamboli, mi ha buttato in faccia il motivo del nostro incontro.
«Domani mi ricovero, Emma. Mi tolgono un cancro.»
Efficace, sintetico. Un vero avvocato.
È stato in ospedale, dopo l’intervento, che ho cominciato a capire.
«C’è una provetta, sul comodino. Prendila, per favore.»
Ho avuto un moto istintivo, con quel coso in mano. Doveva sembrare ribrezzo, invece no.
Era angoscia, paura, rabbia, voglia di urlare. Tutto insieme.
«Lo sai Emma, è strano»
«Che cosa, è strano?»
«Quanto pesa, il mio cancro»
L’ho assecondato, per una volta. Mi sono sforzata di farlo, almeno in quell’occasione.
Anche se, sinceramente, dubitavo che fosse lucido. Con tutti quei farmaci, nelle vene.
«Perchè, quanto pesa?»
«Non ci crederai, ma pesa proprio quanto immaginavo…»
«… e cioè? Quanto? Quanto pesa?»
«Ventuno grammi. Ventuno. Non uno in più, non uno in meno»
e aveva un’espressione trionfante, che non gli avevo visto il giorno della Laurea.
«E allora? Cosa significa?»
«Significa che sto morendo, e dovrai farlo tu…»
«Non voglio sentirle, certe stupidaggini. Sei troppo giovane per morire. Di qualunque cosa si tratti, potrai farla tu stesso. Appena fuori di qui.»
«… ma se non dovessi uscirne, prometti di farlo per me?»
«Cosa dovrei fare?»
«Liberarla.»
«… liberare cosa? »
«I miei ventuno grammi. La mia malattia. La mia anima intrappolata.»
«Cosa vuoi che faccia?»
«Custodiscila, per ora. Finché non troverò il modo. E se non dovessi trovarlo… ci penserai tu, a come fare. Me lo prometti?»
Gliel’ho promesso, non avrei potuto negargli ancora il mio aiuto. Cominciavo a sentirla, chiaramente; ed era un masso appuntito, dritto nel mio stomaco, la mia parte di colpa per quella sua prigionia.
Così dopo aver infilato in borsa, mio malgrado, il macabro reperto, mi sono stampata in volto un bel sorriso, il più naturale che potevo.
E lui con gli occhi lucidi, ma tentando di sollevare un poco gli angoli delle labbra: «Avrei tanto voluto esserlo, un buon custode. Per il mio faro. Per la mia anima…»
Sono state le sue ultime parole, per me.
Quel giorno, e per sempre.
I suoi ventuno grammi sono rimasti qui per quasi un mese, nel congelatore di casa. Accanto ai piselli, al gelato, e all’arrosto per la domenica. Quasi un mese, fino a ieri.
Quando ho ripescato, di recente, la Point du Raz dalla mia memoria, ho compreso che era quello, il posto giusto per l’anima di mio fratello.
Ho chiesto a mio marito di accompagnarmi là subito, nonostante il mio pancione ormai incontenibile, e l’arrivo imminente della nostra bambina. Dovevo farlo al più presto, e lui ha capito.
Siamo rientrati ieri sera, sul tardi.
Ero molto stanca, ma in pace con me stessa, come non ricordavo possibile.
Come sempre, prima di coricarmi ho cercato la mia ruga, nello specchio. La mia prima odiosissima ruga evidente, comparsa ormai anni fa, a deturpare la mia fronte.
Non c’era.
Scomparsa. Appianata. Riempita.
Proprio come quel solco che ospitava, fino a ieri, quel baluginante rimpianto di qualcosa, in fondo al mio cuore. Forse di una mancata, possibile carriera agonistica. Forse.
Scomparsa la ruga.
Scomparso il rimpianto.
Non mi manca nulla, oggi. Lo vedo, lo sento, ne sono sicura.
Sono stata una figlia, e una sorella. Sono una moglie, e presto sarò una mamma.
Ho una casa, un bel giardino, e ancora parecchi sogni, da sognare.
Quella carriera, poi, forse non l’ho mai desiderata davvero. Piuttosto ho spesso creduto, magari anche sbagliando, che gli altri si aspettassero da me qualcosa di diverso.
Qualcosa in più, di tutto questo.
Per mia fortuna, non ho mai dato peso all’occasionale balenare di certi pensieri.
Sono andata avanti per la mia strada, cosa che non è riuscita a mio fratello.
Da lui e dal suo sogno mancato, nato quel giorno lontano alla Point du Raz, ho imparato che sempre, in ogni caso, bisogna difendere se stessi.
Quei ventuno, preziosissimi grammi di luce che ci danno vita, forza e speranza.
Questo, da genitore, dovrò sforzarmi di insegnarlo alla mia bambina.
Evitando, a tutti i costi, di commettere il grave errore che ho visto fare a mio padre.
La presunzione di pensare, in virtù dell’amore smisurato che albergava nel suo cuore, di esercitare un dovere, oltre che un sacrosanto diritto, nel perseguire per me e mio fratello un ideale di perfezione che in realtà era solo suo. Spingendoci forte verso una meta ambiziosa, con grinta e costanza ferree.
Punzecchiandoci di continuo, in ogni modo, e non sempre apertamente.
Spingendo un po’ troppo, forse, per la debole forza di replica di Flavio. Il mio caro fratellone che, nel perseguire il traguardo che lui gli aveva tracciato, ha finito col perdere se stesso.
Io mi sono salvata, ma forse è solo un caso.
Certo comprendo, le motivazioni di nostro padre: il desiderio di arricchirci del dono, il prestito, o l’auspicio… di tutte quelle meravigliose opportunità che a lui erano mancate.
Le comprendo è vero, ma non lo giustifico appieno: non credo valesse la pena, rischiare tanto.
Le sue ragioni, dopotutto, non erano abbastanza.




