Il giardino di Emma
di Ismaele Cattaneo
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Era estate quando andai a fare un giro nel giardino di una ragazza con i capelli dorati di nome Emma. Si diceva di lei che fosse nata in Carelia, forse perché aveva la pelle chiara e gli occhi azzurri. Laggiù, in primavera, ai piedi del monte Sallan, i grandi laghi blu limpido si stagliano nel bianco luminoso della tundra ancora ricoperta di neve. Nel cielo terso fa capolino per due ore al giorno un sole giallo oro, come quei suoi lunghi capelli lisci che tutte le ragazza le invidiano.
La guardavo attraverso la finestra mentre si vestiva di rosso, con quella maglia a fiori consunta che le va anche stretta, forse un ricordo di quand’era ragazzina. Aveva indossato un cappello largo di paglia ed era uscita in giardino, nel suo giardino, per innaffiare i suoi fiori. E che fiori! Orchidee, Viole, Gigli, Granadiglie, Rose, Fresie, Mughetti, Fiordalisi, Tulipani…
Per una giovane ape come me il profumo che c’era nell’aria era il canto delle sirene, i colori erano Kandinsky, il giardino di Emma il paradiso, e la ragazza, madre Natura a vent’anni. Era facile che perdessi la testa in mezzo a tanta bellezza, e infatti in quel giardino mi innamorai perdutamente di un fiore.

Stavo appunto facendo un giro di ricognizione attorno allo steccato per scegliere in mezzo a tanto ben di dio il fiore che faceva per me… Per le api che mi conoscono bene era prevedibile che tra tanto sfarzo mi innamorassi proprio di una margheritina, il più piccolo, umile, povero fiore del giardino di Emma. Era al margine di tutto, soffocata dalle erbacce, chinata dal caldo del gran sole di agosto che abbronzava mai come in questi giorni. Nella sofferenza la mia margheritina conservava tutta la sua bellezza, la sua forza, la sua dignità, la sua voglia di vivere. Fu per questo che l’amai dal primo istante.
Mi avvicinai poco alla volta, con la solita timidezza che mi contraddistingue, infine mi posai sulla bianca corolla.
«Va’ via!» mi disse. «Non vedi che sto morendo?»
«No, te ne prego! Non morire.»
«Perché ci tieni tanto alla mia vita, ah?»
«Perché io ti amo.»
Un vento leggero lambì in quel momento i petali della margheritina, portando via ancora un po’ del suo profumo che andrà alle narici di chi forse non sa che farsene di quell’esile scia di vita. Era bella, la margheritina, come nessun altro fiore lo è mai stato nella storia della botanica. O nelle poesie. O nella pittura.
«Va’ via! Te lo chiedo per favore. Cerca un altro fiore, più bello, più longevo. Presto morirò e tu dovrai volare su un altro calice. A chi gioverà questo amore? Va’, dunque, lasciami sola.»
«Ma io voglio restare con te, per sempre. Sei bella, anche. Il tuo profumo è più delicato ma tu sola sai donarmene di così dolce e unico. Non mandarmi via, non prenderò il tuo polline. A me basta soltanto il tuo amore.»
Mi avrebbe amato, se solo avesse avuto la forza di vivere e amare contemporaneamente. Mi avrebbe donato subito la sua dolcezza, e sarebbe stato troppo: Io mi accontentavo di sentirne solo il profumo, e inseguendo la scia come si inseguono i sogni e le illusioni, sarei stata felice.
«Perché, cara Ape? Perché? Non merito tanto.»
«Io ti darò tutto quel che vuoi purché tu possa amarmi, anche solo un giorno.»
«Io non vivrò un altro giorno se la ragazza bionda non viene a innaffiarmi…»
«Mi amerai? … Mi amerai?»
E così dicendo mi ero già alzata in volo, correndo alla ricerca di un’idea, anche la più inverosimile che potesse dare acqua al mio fiore. Ero decisa a tutto pur di essere amata dalla mia Margheritina. La ragazza di Carelia era lì che annegava i suoi fiori da vaso con acqua pulita. Un suo semplice gesto avrebbe trasformato il mondo intero, ma lei non poteva capirlo, il nostro amore. Lei con le margheritine ci giocava a m’ama-non-m’ama pensando a quel ragazzo col nome strano che spesso si affaccia dallo steccato per guardare Emma leggere sotto la magnolia del suo giardino.
«Aah! Un’ape! Aiuto!»
Una puntura di insetto avrebbe facilmente bucato la sua pelle sottile, rendendole un gran fastidio. Io avrei rischiato la mia vita a quel modo, ma non me ne importava affatto, avrei dovuto tentare comunque.
«Sciò! Non vedi che sto innaffiando i miei fiori?»
Mi ero avvicinata a tal punto che Emma fu costretta ad alzarsi. L’ho obbligata a fare un passo indietro, poi un altro, poi un altro ancora, spingendola verso lo steccato.
«Perché ce l’hai con me? Non sono un fiore! Ho solo il vestito a fiori, ma poi sono una ragazza! … Aaaaah!!»
Mi posai sulla sua mano bianca, senza cattive intenzioni. Lei si spaventò e sollevò il braccio di scatto, facendo cadere l’innaffiatoio a terra, proprio lì dove la mia Margheritina combatteva contro l’arida estate. L’acqua raggiunse la sua radice, e lei ne bevve a volontà.
«Grazie, mio Amore!»
Mi amò. Mi diede il suo dolce nettare, ed io rimasi sul suo calice, sazio di tanto affetto, inebriato di tanto profumo.
«Amore mio!»
Già faceva sera e la mia Margheritina era sempre più fragile. Ma la luna ci guardava dall’alto e sembrava sorridere, oltre che a portare frescura. Il cielo stellato quella sera fu il più bello che avessimo mai visto. Mi addormentai sui suoi petali e lei chiuse la sua corolla. In quel nido il nostro amore sarebbe rimasto eterno…
Il ragazzo col nome strano scavalcò lo steccato, atterrando con le sue scarpe da ginnastica proprio su di noi. Portava di nascosto le sue lettere d’amore alla ragazza con gli occhi azzurri di laghi artici e la pelle color neve del monte Sallan. Gliele lasciò sul davanzale della sua finestra e scappò via nel buio della sera.





