Personalità illustri del popolo arboreo
QUELLI CHE REGGONO IL CIELO DI THIENE
Nel mezzo del centro abitato, la strada principale della città di Thiene separa il terreno del castello, da quello del municipio e della chiesa. I comignoli veneziani sui tetti e le merlature, attraggono gli sguardi verso la nobile costruzione che da 500 anni si alza dietro i muri di cinta, a protezione del prestigio di una famiglia di fronte a quello dell’intera comunità. Gli occhi dei passanti fanno poco caso alla gran nuvola di foglie verdi di ippocastani e tigli che occupano nell’aria altrettanto spazio, ma con una grazia ed una leggerezza che nessuna costruzione umana può neppure sognare. Oltrepassano la recinzione del giardino, si sporgono verso la strada e al di sopra del tetto, meravigliose dimore di uccelli, insetti e fantasie umane.
Indifferenti alla proprietà, spargono generosi il loro patrimonio di ossigeno e di profumo verso le finestre dei castellani quanto quelle dei comuni cittadini, quando da sole a sole filtrano l’aria che si fa più pura e fresca, come i dirimpettai del palazzo comunale. Quelli sono cedri, illustri immigrati sempreverdi che lavorano anche d’inverno e, non sapendo di leggi, ospitano allo stesso modo dei vicini le poche bestiole stanziali o migratrici scampate allo sterminio umano. Inconsapevoli di religioni, col loro respiro potente chiamano le piogge e ne accompagnano, fin nelle riserve sotto terra, la piccola parte che si salva dal precipizio infernale delle fogne. Ignari di architettura, alleggeriscono la vista delle rigide linee dei muri, i loro colori troppo uniformi e i segni di decrepitezza con le curve dei rami, il ricamo delle foglie, la bellezza dei fiori.
Come ben sapevano gli antichi, sono gli alberi che sostengono il cielo, perché reggono la vita nel terreno con le radici e nel vento coi rami. Nutrono con nettare e polline, con foglie e frutti. Guariscono con resine e tannini, con cortecce e radici. Stabilizzano e regolano, equilibrano e curano col loro genio chimico di maghi.
Ignoranti di profitto, però, non hanno mai presentato il conto e per questo gli uomini non si accorgono di loro. Fra le illustri personalità e gli edifici di prestigio, i capolavori d’ingegno naturale non trovano posto. Restano sottintesi nelle stanze lontane dalla coscienza, nell’antico marasma della terra, in fondo al pozzo del tempo dove i mondi si uniscono e danzano in quella che, per l’umanità, era ancora la notte.

IL GLICINE DI ESTE
Tra le due e le quattro di notte, il silenzio é quasi totale anche intorno al castello di Este. La maggior parte degli esseri umani, finalmente dorme. Se qualcuno passasse a piedi, senza fretta, sentirebbe qualcosa venirgli delicatamente incontro e commuoverlo, dall’interno di quell’enorme tronco cavo che é il castello, ancora vivo nella sua carne rosa di mattoni. L’aria, a tratti ha di nuovo in sé tracce di verde che danno un sussulto di gioia. Vengono dagli alberi cresciuti dentro il perimetro del castello, che difendono come possono l’atmosfera in cui l’immaginazione può curare le sue malattie. Nel profondo della notte o sotto una gran nevicata, o isolato da una fittissima nebbia, quello è uno dei luoghi in cui le prigioni dell’animo si aprono verso un mondo magnifico e grandioso.
Già alle quattro, però, qualcuno comincia ad avviarsi al lavoro e i primi motori di camion e di auto sporcano il silenzio con la solita, ottusa villania. Poi arrivano gli autobus, le moto, le spazzatrici stradali e aumenta il fracasso che sconcia la suggestione fino a ridurla in poltiglia. Gas e polveri puzzolenti, corrodono il delicato rosa della terra cotta e dei polmoni, spingendo verso il turpiloquio i pensieri e le azioni degli uomini. Alle sette e trenta, anche chi guardi con intenzione il castello, vede solo una bella architettura.
Appena dietro il cancello principale d’ingresso, riparandosi come può, un drago vegetale difende con tutte le sue forze il regno di cui è rimasto il vero signore. L’enorme matassa di fibre legnose di un glicine bicentenario aggrappato al muro, allunga i suoi tentacoli verso la strada. Sì è arrampicato sugli spalti fino ad oltrepassarli e a slanciarsi all’esterno, forte della bellezza che la sua natura e il tempo hanno nutrito per un rosario di decenni. Certi rami del raffinato ed esotico rampicante si sono infilati nelle connessure fra i mattoni e sono spuntati dall’altra parte. Il potere silenzioso della sua seduzione non riesce ancora a vincere l’offensiva del rumore che fa affrettare il passo degli uomini. La ruota del tempo gira, però, a suo favore, facendolo crescere nelle dimensioni e nella forza che la sua esperienza accumula, trasformandolo in qualcosa che lo avvicina alla natura animale, poi a quella delle divinità antiche. Lento, silenzioso, ha già esteso la sua lunga vita oltre i secoli, calando le sue funi dentro la nostra attenzione e tirandola a sé.

LA MAGNOLIA DI MIRA
A Mira Porte, il Brenta si divide in due arrivando allo sperone dell’isolotto, dove una grande magnolia sempreverde fa da vela a quella nave immobile. E’ così grande da poter essere stata fra le prime in Italia, dopo che le signore della sua specie erano arrivate dalla Florida in Francia, tre secoli fa.
E’ cresciuta senza costrizioni, come lo prova la bella forma sinuosa dei rami che arrivano fino a terra e proteggono lo spazio del suo piccolo regno. Sembra una regina in esilio, all’estremità di un prato vuoto di amore, che la separa dalla villa diventata sede del genio civile. Per un grande albero, il genio è lo spirito protettore che lo abita e con civile intende la convivenza armoniosa di tutti i suoi abitanti. Lo ricorda l’apertura del suo grande mantello, simile a quello delle madonne della misericordia e del soccorso che si dipingevano in passato. Al suo riparo si trovava una vecchia casetta di legno per animali degna di un antico racconto. La vocazione degli alberi all’ospitalità è stata raffinata proprio dalle magnolie, fra le prime ad adornarsi coi fiori a corolla e ad offrire agli insetti anche il nettare, come bevanda di benvenuto.
Verso il tramonto, la luce radente scurisce il Brenta e lo fa sembrare una strada che luccica, nel dirigersi verso la grande sfera di foglie a cui si è accostata l’istituzione umana. Quando gli uffici sono vuoti e l’atmosfera del posto si fa più intensa, il nome “genio civile” che occupa le stanze della sobria villa ottantenne, nella vicinanza con la magnolia pencola verso l’interpretazione poetica. Col tempo, potrebbe insinuarsi così trasformata nei funzionari stanchi di battaglie con carte bollate e commi di leggi non naturali. Le loro azioni prenderebbero allora un’ispirazione nuova, con lo sfarinarsi di parole che degli alberi contengono solo il futuro legname e aride cifre.
Cambierebbero qualche piccola cosa, così, senza accorgersene. E tutto cambierebbe.

LA QUERCIA RIBELLE
Proprio vicino ad uno dei cancelli della villa Falconieri, a Frascati, oltre cent’anni fa era nata una quercia del tipo roverella che, a causa del vento, o per il terreno cedevole, o per sua tendenza, si era inclinata su un lato. Puntellata, aveva continuato a crescere in orizzontale, tanto da sembrare una ginnasta nell’atto di arcuarsi all’indietro. Vicino al sontuoso portale barocco, i suoi rami s’irraggiavano con grazia verso il cielo tranne uno, che aveva proseguito verso la strada per avventurarsi fuori dalla proprietà. Sottile com’era all’inizio, non gli era stato difficile passare attraverso le sbarre del cancello chiuso. Arrivato al margine della strada selciata, si era curvato verso l’alto come i suoi compagni, salendo davanti al portale di mattoni con bell’effetto. Nell’allungarsi si ingrossava e quella specie di proboscide curiosa si era trovata presto stretta fra i ferri del cancello. Per la forza di una quercia non era un problema, perché li allargava con facilità, man mano che i suoi muscoli si ingrossavano.
La gente guardava con simpatia l’albero sfuggito all’isolamento della villa, che in quel modo era diventato parte dell’architettura. Fotografi e pittori l’avevano voluto ritrarre e, sulle guide alle bellezze di Frascati, era sempre presente.
Quella sua uscita, aveva il potere di far sorridere la maggior parte dei passanti, perché la spiritosa unione fra opera umana e naturale solleticava la fantasia e metteva di buon umore.
Un così grande merito sarebbe dovuto essere incoraggiato e premiato, in un mondo in cui è tanto difficile conciliare le differenze. Tuttavia, perché il condizionale contenuto in quell’augurio potesse avere un futuro, sarebbero stati necessari solidissimi appoggi e la roverella non ne aveva abbastanza.
Così, della sua impresa, rimane solo il ricordo nelle sbarre allargate e vuote, che immancabilmente deludono e intristiscono, come succede quando la paura di chissà cosa, spegne le possibilità dell’imprevisto.

LA TENERA COPPIA
Sul prato di un piacevole albergo familiare, a più di 1000 metri d’altitudine, due grandi tigli vivono da qualche centinaio d’anni come una coppia affiatata. Quello dalle foglie più chiare e più grandi è leggermente inclinato verso l’altro: è soprannominato “weibele” che significa donnina e sembra avere un atteggiamento affettuoso verso il compagno, chiamato “manni”, omino. Nella cultura di lingua tedesca sono Sommerlinde, tiglio estivo, per noi tiglio nostrano, e Winterlinde, tiglio invernale che conosciamo come tiglio selvatico. Le loro foglie, di grandezza e colore diverso, hanno la stessa forma seghettata a forma di cuore asimmetrico, ma il primo ha il lobo più corto a destra e l’altro a sinistra. Il tiglio nostrano ha già cinquecento anni ed è molto bello con il suo tronco cavo e le grosse, estese radici che spuntano qua e là dal terreno. Trent’anni fa aveva preso fuoco bruciando per alcune ore, prima che i pompieri riuscissero a spegnere le fiamme. Eppure, vedendolo, non si indovinerebbe mai il grave trauma che ha subito, perché la sua bellezza è intatta.
Sono passati ormai molti secoli da quando il tiglio, grande albero dalle morbide foglie a forma di cuore, ha avuto il titolo di grande guaritore. All’attrattiva della sua ombra sotto cui ripararsi dal sole, a Maggio e Giugno si aggiungono i fiorellini color giallo tenue, dall’intenso e dolce profumo. Le api prendono nettare e polline per farne miele e gli uomini li conservano per gradevoli tisane in inverno, contro i disturbi da raffreddamento. In passato ricavavano un diuretico dal decotto dei rametti e i piccoli frutti sferici portati via dal vento, appesi ad un’ala, servivano per farne un olio simile a quello d’oliva.
Il piacere di vederli volare, vorticando nelle correnti d’aria, è rimasto nel nome dell’albero: “ptilon”, che in greco significa ala.
Il terreno e l’aria, gli uomini e gli animali ne avevano continui benefici e, anche dopo la morte, continuava ad essere per loro ottimo medico. Infatti, quando il legno dei rami giovani veniva ridotto in carbone, serviva da antidoto contro il veleno, perché ha la capacità di assorbirlo e di disinfettare il corpo che ne é aggredito.
Il suo generoso carattere ha fatto in modo che, per gli antichi greci, fosse ritenuto la trasformazione della ninfa Filira, figlia di Oceano, che aveva partorito il centauro Chirone, diventato poi il celebre guaritore. I popoli nordici lo consideravano antenato del clan o della famiglia e la sua presenza era dunque protettiva. Per questo, dall’Alto Adige in su e anche per i Walser (di origine svizzera) che vivono in certe zone del nord Italia, è ancora tenuto in gran conto.
Il tiglio di Macugnaga, di circa 900 anni, è stato piantato da loro. Era l’albero sotto il quale si svolgevano riunioni, incontri e cerimonie importanti.
Del legno fibroso, (tanto che la parola “tiglioso” è suo sinonimo) gli uomini facevano carta, stuoie, cordami e addirittura grossolani tessuti. La sua più degna conclusione, però avviene ancora nella trasformazione in ottimi strumenti musicali, che le lunghe fibre rendono indeformabili. Il suo contributo all’arte arriva fino nel carbone dei suoi rametti, usato per disegnare.
Nel tiglio si può riconoscere gran parte dell’Europa, dove la sua resistenza alle difficili condizioni di città, lo ha reso popolare per i viali alberati. Peccato sia spesso infestato da un acaro parassita, che fa cadere a terra un liquido zuccherino.
Era considerato l’albero protettore delle casate e, per questo, se ne ornavano i viali verso ville e castelli.

IL CASTAGNO/CAVALLO
Montarioso si chiama il poggio vicino a Cetona, su cui 600 anni fa un riccio aveva protetto la sua bella castagna lucente dai denti di uomini e animali, fino a che era riuscita ad interrarsi e dal suo ciuffetto erano cresciute le zampine per fissarsi al terreno, poi il collo e le braccia per alzarsi verso il cielo. La testa, negli alberi non è separata dal cuore e per questo non la si distingue, come avviene invece negli animali e negli uomini. Gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie, le mani, sono tutt’uno col tronco, i rami e le foglie.
Il piccolo castagno aveva buona salute e carattere, ma provava antipatia per il vento, forse perché soffiava un po’ troppo, da quelle parti. Senza la possibilità di cercarsi un posto dove quel borioso lo lasciasse in pace, per non doverlo subire troppo l’albero aveva deciso di evitarlo, per quanto possibile. Invece di crescere in verticale e doverglisi sempre opporre, si era coricato sul terreno, dove avrebbe sentito meno l’uggia delle sue insolenze. Ai ragazzi piaceva moltissimo, perché sembrava un cavallo, sulla cui groppa anche i più timidi salivano con facilità. Le donne lo apprezzavano perché ci si potevano sedere e gli uomini lo avevano in simpatia perché pareva un animale domestico. Così, il castagno fu lasciato in pace e non divenne un mobile, né legna per il fuoco. A pochi metri da lui suo padre, più anziano di 200 anni, maestoso, ugualmente curvo, gli faceva compagnia, fino a che va vecchiaia non lo ha stroncato quasi del tutto. Dalla parte opposta, suo figlio era cresciuto diritto come una freccia e dava frutti magnifici.
Del resto, erano tutti e tre protetti dai frati francescani che lì vicino avevano il loro convento, diventato più tardi un’oasi per ragazzi feriti nell’anima, che leniscono il male della vita, prendendosi cura degli alberi e degli orti. La silenziosa comunicazione con i vegetali, riequilibra il rumore di ciò che si è rotto con gli umani.

L’ALBERO DEL TEMPO
Alla sua nascita, nella terra sabina c’erano soprattutto oleastri selvatici come lui. Più bassi, con le foglie e i frutti più piccoli delle specie coltivate, però più robusti e di stirpe più antica. I suoi antenati erano stati creati dalla dea più intelligente ed abile dell’Olimpo, Atena che ne aveva fatto dono agli uomini. Le virtù dell’albero erano state riconosciute di tale importanza che, in onore della sua creatrice, alla capitale della Grecia era stato dato il suo nome: Atene. Le olive, cibo squisito già dopo un breve trattamento, se spremute e trasformate in olio, oltre ad essere un ottimo condimento erano anche un medicinale capace di lenire con la sua soavità, molte asprezze della salute. Se spalmato sulla pelle e sui capelli di abbelliva e li preservava dall’invecchiamento e curava bruciature e piaghe. Serviva per dar luce alle lampade, fare il sapone e ridurre gli attriti. Il decotto di foglie combatteva il diabete e quello di corteccia, la febbre. La sua bellezza, poi, curava l’umore. Nell’epoca in cui le qualità degli alberi erano conosciute a fondo, il rispetto per loro era grande.
L’olivone è cresciuto quando gli dei della natura non avevano ancora dovuto lasciare l’Italia e la sua fortuna personale gli era stata data dal signore del tempo. Era fatta di lentezza, solitudine e silenzio, che danno qualità, chiusa nel duro nocciolo da cui sarebbe nato lui.
2000 anni si sono accumulati sul grande olivo di Canneto, come i fiocchi di una lunga nevicata. Gli si sono adagiati sopra con accortezza, per non danneggiarlo e, sotto il loro peso, il suo tronco si è avvitato, bilanciandosi per metà a monte e per metà a valle.
Le sue foglie sono ancora fitte, i suoi frutti abbondanti, il suo legno robusto, perché come il tempo, sempre si rinnova. Ogni anno lascia le foglie e i frutti al terreno, agli uomini, agli animali.
E’ bello e ricco perché fa bella e ricca la terra intorno a lui.

UNA PER L’ALTRA
Le attribuiscono il genere femminile perché bella, ampia, dall’aria benevola e protettiva com’è, l’olma di Campagnola, vicino a Carpi, fa pensare ad una madre. Gli alberi, però, nella maggior parte dei casi sono ermafroditi e così è lei, di circa 300 anni, che si vede da lontano in fondo alla strada, dopo i capannoni industriali orfani di verde.
La semplice recinzione che le hanno messo intorno per proteggerla dalle automobili, che certamente d’estate cercherebbero rifugio sotto la sua ombra, le dà importanza. Sarebbero una brutta compagnia per lei perché il terreno verrebbe calpestato troppo da piedi e ruote, diventando tanto compatto che l’acqua piovana, già scarsa, avrebbe difficoltà a raggiungere le sue radici.
L’olma è una delle poche sopravvissute ad una malattia che ha fatto quasi estinguere la sua specie in Europa: la grafiosi, portata da un coleottero che scava gallerie sotto la corteccia. Sembra incredibile che più di un secolo fa fosse fra gli alberi più diffusi per la sua utilità in campagna. Il tronco sorreggeva le viti che ogni contadino coltivava e che diventavano, così, “maritate”. L’ombra delle sue foglie non disturbava la maturazione dell’uva, perché erano continuamente date in pasto agli animali. Piccole e seghettate, ornano i fini ramoscelli secondari, che pendono come quelli dei salici piangenti o delle betulle. D’inverno, quando sono spogli, il gelo li ricopre tutti e la natura fatata dell’albero si rivela in quelli che sembrano lunghi capelli argentati.
Era stata piantata (o viceversa?) a saggia distanza davanti ad una casa colonica, adesso abbandonata, su cui stende le braccia. Guardandola di lato, la si vede leggermente inclinata verso di lei, con rami più numerosi e più lunghi rispetto alla parte opposta. La protezione dal freddo e dal vento che l’edificio le offre l’ha attirata nella sua direzione, come verso un’amica. D’estate la ricompensa facendole da ombrello contro il caldo opprimente della pianura e la luce troppo forte che, filtrata dalle sue foglie, non molto fitte, prende il tono e il profumo del verde. Quando poi il sole perde forza, si spoglia per lasciarlo arrivare ai muri di mattoni rosa e su di sé. In tutte le stagioni la sua bella forma e la sua imponenza danno alla semplice casa un’avvenenza che, da sola, non potrebbe raggiungere. Le dà la musica degli uccelli che cantano dai rami, l’aria buona che dalle foglie arriva direttamente alle finestre aperte. Il più bel regalo, però, lo fa al suo risveglio dal letargo invernale, quando sembra fiorire due volte. La prima a fine inverno, con fiorellini rossi così delicati che sembrano di tulle. La seconda poco dopo quando, i delicati frutti già maturi ad aprile, simili a coriandoli di carta velina che trattengono al centro il loro piccolo seme, sono disposti come le corolle di grandi fiori di un verde tutto fresco. Ben presto se ne volano via leggeri, a portare la loro grazia in un terreno che sperano accogliente.
La casa e l’albera si aiutano a vicenda, semplicemente essendo sé stesse, senza paure, né avarizia e né avidità.
Alcuni credono che le case e le albere abbiano un’anima.

L’OLIVO SMEMORATO
Sulle colline umbre dove si trovano Trevi e Bovara, fra gli olivi vive in buona salute quello che, ancora giovane, aveva accolto l’anima di Sant’Emiliano. Nel 303 d.c. il martire era stato legato al suo tronco e poi ucciso. La forza interiore dell’uomo, morto pur di non rinunciare alla sua fede, si è unita a quella di un albero per sua natura già tenace.
Così, mentre le gelate periodicamente hanno abbattuto i suoi vicini, non hanno danneggiato lui che ha perso, però, la memoria impressa negli anelli del suo tronco.
L’albero si è svuotato, con il legno, dei ricordi d’incendi, terremoti, siccità, gelo, maltrattamenti e fatiche.
Nel cuore dei suoi 9 metri di circonferenza, dove aveva inciso la sua esperienza, spietati inverni e aride estati avevano aperto grandi fessure. Il legno poco a poco si era sgretolato ed era caduto sul terreno, diventando concime; il sostegno interno era svanito, ma si era rafforzato il suo perimetro, dove le cellule sono giovani. Nei sei petali pieni di curve, nodi e vortici in cui si era diviso è rimasto, così, il carattere.
Le sue foglie hanno lo stesso colore, lunghezza e consistenza degli alberi di pochi anni che gli stanno intorno, ma il suo corpo di scultura viva, è pieno dell’aspra parola che lo ha fatto resistere alle avversità e lo rende bello, come i pivelli che lo circondano non saranno mai.

PALMA E PINO
Lungo i muri che circondano la villa di Castello a Sesto Fiorentino, cipressi di 400 anni dalla chioma larga e aperta, per questo chiamati cipresse, si affacciano dalla proprietà che era stata dell’antica e potente famiglia Medici. La loro salute non è più molto buona e lo si vede nei tronchi e nei rami tagliati, quanto nella chioma rada.
Tra le braccia di uno che, però, ancora sta bene c’è una piccola palma alta poco più di un metro, dell’età di 16 anni, una chamaerops humilis, che da noi si conosce come palma di San Pietro. Nata da un seme lasciato lì da un uccello, ha messo radici nel punto in cui il tronco dell’austero albero, appena sopra il muro si biforca. E’ ben riparata alle spalle, così da poter vivere a 4 metri da terra, senza soffrire il freddo durante l’inverno.
Nel prato davanti a lei c’è la madre, con tutta la famigliola intorno, come un boschetto fitto. Palma, invece, nella sua posizione privilegiata e solitaria, domina il di qua e il di là del muro: il piazzale e il grande viale all’esterno, la villa e il giardino storico all’interno.
Palma non è neppure veramente un albero, ma una grande erba, come tutte le sue parenti, senza rami e con grandi foglie. Nel suo tronco mancano gli anelli che testimoniano l’età, perché fin dall’inizio della vita la larghezza rimane uguale, mentre si allunga verso la luce.
Le sue foglie a ventaglio sembrano mani aperte, ma anche lunghe ciglia di invisibili occhi che stiano osservando qualcosa di attraente: un Pino alla sua stessa altezza, proprio di rimpetto su un’altra cipressa. Il giovane albero, al contrario di lei che è nana per natura, è di una specie destinata a crescere come una torre. Le sue radici, però, sul cipresso non trovano lo spazio per espandersi e permettere lo slancio del tronco e dei rami verso l’alto. Potrebbe essere la morte per lui, a meno che lo straordinario spirito di adattamento della natura, non gli faccia trovare una soluzione. Tra le braccia del cipresso si trova ben
protetto dal freddo, dal caldo e dal vento. Il cibo se lo procura da solo con le sue foglie e l’energia del sole. Di crescere non ha bisogno. Così come i suoi parenti troppo vicini al mare e al vento salmastro, se ne proteggono coricandosi a terra e somigliando a serpenti, lui si potrebbe fare nano come la bella Palma.
Gli uomini d’Oriente già da molti secoli, hanno utilizzato la capacità degli alberi di rimanere minuscoli, per addomesticarli e tenerseli accanto in piccoli vasi.
Palma e Pino, condividono intanto la protezione dei cipressi, mandandosi messaggi odorosi nel linguaggio comune agli alberi e agli animali, intanto che la loro leggenda cresce.





