Devastarte

di Ismaele Cattaneo
Edito da “Edizioni Microcosmo Creativo”, Licenza CC ByNcNd 3.0 Unported
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Quando ero entrato nella banda lo sapevo già. Quello che mi rendeva diverso dagli altri, non migliore. Diverso.
Il più violento di tutti era Sasà. Non aveva nemmeno diciotto anni, ma la rabbia che aveva dentro di sé sembrava essere antica come l’uomo, e l’energia con cui distruggeva ciò che gli stava attorno era proporzionata alla sua giovane muscolatura, coltivata fin da bambino col nuoto due volte a settimana e le risse sotto scuola praticamente ogni buona occasione.
Matteo e Renato erano trentenni suonati, uno mezzo tossico, ma completamente alcolizzato, l’altro mancato criminale da stadio, e siccome non avevano un cazzo da fare durante l’intera giornata il loro interesse principale era imbrattare muri e spaccare cabine telefoniche, solo per vedere il prima e il dopo. Constatavano che il loro intervento avesse avuto una qualsiasi conseguenza e si sentivano divini, come dotati di qualche potere soprannaturale che avrebbe potuto, se solo ne fosse valsa la pena, cambiare il mondo.
Aldo era sempre silenzioso, e quando parlava ci raccontava sempre di sua moglie, che era morta pochi giorni dopo il matrimonio in un incidente col motorino. Per lo più ripeteva ad alta voce frasi che lei aveva detto vent’anni fa, e che lui ricordava ancora con precisione. Si sforzava di ripetere le cadenze, di imitare la voce più giovane e acuta della donna, ma il risultato era una lagna che lui stesso detestava, e che lo riportava nel silenzio totale per altre svariate ore. Pisciava sulle panchine dove di giorno si sarebbero sedute le giovani coppie e spaccava gli scivoli nei parchi per non far divertire i bambini che non sono i suoi.
Il lo so che il mio vandalismo è come la loro malattia, quindi non sono meno criminale di loro. Forse là in mezzo sono proprio quello più malato, perchè il mio desiderio di distruzione è nato disancorato da ragioni concrete, ma da follia pura. Non avevo frustrazioni reali, problemi economici, sociali, derivati da esperienze passate. E nemmeno sentimentali, o almeno non più. Solo il desiderio di colmare un vuoto che avverto dentro di me.
In fondo io ero così sin da piccolo. Quando andavo in villeggiatura ricordo che mamma mi puniva spesso, perché riempivo la piscina di terra o prendevo le pietre che recintavano le piante nel giardino, e le spostavo fuori l’ingresso della villa. Stupidi giochi da bambino, ma ora capisco che quelle devianze erano sintomo della mia malattia, rimasta latente durante gli anni in cui sono cresciuto e l’ordine sociale è prevalso.
Poi tutto degenerò improvvisamente. Dopo il carcere ero tornato nella banda, avevo perso tutto quanto riempiva il mondo di fascino. Quella pulsione che avevo da bambino si era trasformata in un neutro odio verso gli oggetti, che spaccavo con l’unico scopo di sopravvivere alla noia e ricercare quella sensazione che una volta mi faceva Godere, ma solo una volta.
Avevo ventidue anni, frequentavo il quarto anno di Botanica e nel tempo libero andavo a fotografare i paesaggi in giro per l’Italia. Cercavo i posti incontaminati della natura, e, appena riuscivo a trovare un rettangolo dove non si vedeva il minimo passaggio dell’uomo, scattavo una foto che nella mia testa avrebbe conservato ai posteri il ricordo di un mondo che stava sparendo. Li chiamavo “paesaggi in via di estinzione”, e ne feci una mostra in una manifestazione di primavera.
In quell’occasione incontrai Gaia. Era una bellissima ragazza, poco appariscente. Portava abiti semplici, i capelli da bambina, una leggera matita le risaltava gli occhi chiari. Guardò le mie foto a lungo, poi andò a sentire il concerto e si mischiò tra i ragazzi, proprio un attimo prima che prendessi coraggio per dirle «ciao». Ma finito il concerto tornò a osservare le foto, e ci conoscemmo.
Gaia aveva ventidue anni, studiava storia dell’arte e nel tempo libero faceva fotografie. Andava in giro per l’Italia per cercare “Arte di fattura divina”, così mi disse, e con i suoi scatti aveva l’illusione di possedere una bellezza che non le apparteneva. «È raro che scatti una foto, ma quando lo faccio è perché quella scultura, quel dipinto, mi fa cristallizzare il cervello. E allora provo a intrappolare l’Estasi, ma quando vedo le fotografie non c’è più niente di quella bellezza Viva, e il senso di frustrazione è tale che mi fa strappare ogni fotografia. Capisci? Io non ho nessuna fotografia conservata. È strano, non trovi?». E dopo essersi sfogata come non le succedeva da tempo andammo a casa mia e facemmo l’amore.
Passò quattro giorni interi con me, poi, disse, partì per uno dei suoi viaggi, senza invitarmi, senza giustificarsi, e sparì completamente per tre mesi. Ci ritrovammo a settembre, a un concerto, e ricominciammo a vederci, ma presto mi accorsi che Gaia non era affatto interessata a me. Era presa da tutte quelle piccole cose in cui si nascondevano mondi più affascinanti dell’essere umano. Lei amava l’Arte, in tutte le Sue Divine Declinazioni.
Ma questo già lo sapevo, era quello che più mi piaceva di lei, la sua ansia di cercare la bellezza ovunque, il suo sforzo di colmare la distanza dall’Ideale. Solo non avevo capito quanto questo suo bisogno l’avesse spinta lontano da me, non avevo capito che io ero soltanto il riflesso di “paesaggi in via di estinzione”, e che quella sera ero amore Vivo, adesso la fotografia di quell’amore, che lei non poteva neanche strappare.
Invece io amavo Gaia, amavo la sua testa contorta e i suoi silenzi, amavo i deserti che lasciava dentro di me ogni volta che discutevamo di qualcosa, e pur di restare con lei accettai che mi facesse del male. Incominciai anche a bere, perché riuscivo ad annebbiare i pensieri e a sopportare meglio il dolore quando Gaia mi picchiava con il martello o voleva fare l’amore sul letto pieno di schegge di vetro, come nel verso di una poesia.
Ho una lunga cicatrice sul labbro inferiore, perché una volta Gaia voleva bere sangue dalla mia bocca e riuscii a dissuaderla dal farmi inalare un gas che mi avrebbe sciolto i polmoni.
Si sforzava di amarmi come io amavo lei, ma non ci riusciva. Così era arrivata a odiarmi, più delle sue fotografie, perché io le chiedevo di non morire, e più sopravvivevo nonostante la sua volontà più lei voleva distruggermi. Ero perfettamente consapevole che un giorno mi avrebbe potuto uccidere, e questo terrore mi oscurava la mente.
Poi un giorno se n’era partita per uno dei suoi viaggi, e con un po’ di tempo cominciai a rivedere il sole. Ero tornato lucido, avevo anche smesso di bere.
Non seppi più niente di Gaia per oltre un anno, fino a quando i mass media cominciarono a parlare di lei. Era stata arrestata il giorno che esponeva la sua prima mostra fotografica, intitolata “Devastarte”. Raccoglieva immagini riprese da tutta Italia raffiguranti architetture e sculture rovinate da atti vandalici. Nelle fotografie appariva sempre un martello in secondo piano, lo stesso che aveva usato per rompermi le ossa. La polizia ci mise poco a ricostruire il tutto, il giudice a disporre per lei delle cure presso una clinica psichiatrica.
L’esposizione di “Devastarte” venne sospesa, e le fotografie messe sotto sequestro. Ma il caso fece tanto scalpore che alla fine le foto uscirono su internet e negli ambienti artistici si aprirono dibattiti accesi tra chi ripudiava il gesto, chi lo considerava espressione della società contemporanea e chi, indipendentemente dal contenuto, esaltava il valore estetico delle fotografie, i cui negativi, rivelava un settimanale scandalistico, erano stati rubati dall’appartamento della ragazza per poi venderli al prezzo di 10.000 euro, e adesso il loro valore era almeno decuplicato.
Vidi anch’io le fotografie, su internet. Gaia mi aveva parlato a lungo di quelle sculture, di quello che le avevano trasmesso, dei dettagli più belli e significativi. Ed erano proprio quelle parti che lei aveva martellato, mani, spalle, fregi. Le foto erano belle davvero. Usava il bianco e nero in maniera perfetta, luci ed ombre riempivano lo spazio con equilibrio, ogni dettaglio della scultura veniva valorizzato al meglio. Era chiaro che aveva provato a fotografare molte volte quelle opere d’arte, senza mai accontentarsi. Adesso che non avevano quella bellezza irraggiungibile Gaia poteva fotografarle. Il ricordo le avrebbe ridato quella sensazione che generava cristalli nella materia grigia.
Andai a farle visita, e nei suoi occhi vidi una follia Viva che mi risvegliò un desiderio nascosto da tanti anni. Le raccontai di quando ero bambino, di quando rompevo i vasi dei fiori e mia madre mi puniva. Di quell’inverno che mi portarono nel paese dove villeggiavamo solitamente d’estate, quando andai di nascosto in spiaggia a vedere il mare. «Era meraviglioso, c’era solo sabbia, mare e cielo, nessun oggetto che mi ricordasse l’estate affollata o la città grigio metallo. C’era solo una barca di legno, sai quelle barche di pescatori che si lasciano sulla spiaggia, legate soltanto a un ceppo di legno fissato nella sabbia? Bene, siccome disturbava la bellezza di quel paesaggio, tirai il ceppo dalla sabbia e spinsi la barca a mare. Avevo nove anni, ma con l’incredibile rabbia che avevo addosso trovai la forza per spingerla giù, e il mare se la portò lontano… Purtroppo non ebbi mai la soddisfazione di avere davanti ai miei occhi un paesaggio completamente privo della presenza umana, perché la barca prendeva il largo troppo lentamente, e a un certo punto venne un tizio con un fucile, e voleva acchiapparmi, così sono scappato a casa e ho detto ai miei genitori che avevo la febbre, per non farli uscire da casa…»
Non ho mai saputo se lei mi stesse ascoltando, quel giorno. All’ospedale psichiatrico danno un sacco di sedativi, e Gaia non aveva detto una parola tutto il tempo, era rimasta in silenzio a guardarmi, e in quegli occhi chiari avevo carpito la sua essenza, l’origine della sua ricerca.
Quel giorno scattò qualcosa dentro di me che mi ha portato a distruggere gli oggetti della città, a cercare dentro me quella pulsione violenta verso le cose. Quando facevo sfogare questa pulsione Godevo, più di un orgasmo. Era una sensazione lucida e duratura, sentivo un vento elettrico che mi accarezzava e che alterava il ritmo cardiaco.
Fu così che conobbi quelli della banda. Erano tutti dei perfetti idioti, bighellonavano di notte senza alcuno scopo, per lo più si andavano a ubriacare per poi rovesciare cassonetti dell’immondizia e strappare manifesti. Divenni presto il loro leader, solo per il fatto che parlavo bene l’italiano e le parole uscivano da labbra sfregiate misteriosamente. Il ricordino di Gaia esercitava molto fascino su quelli della banda. Ma la cosa decisiva era che io avevo un progetto, qualcosa che avesse tenuto tutti impegnati. Prima del mio arrivo si torturavano dalla noia, per questo ottenni facilmente il loro appoggio.
Volevo raccogliere decine di fotografie in cui la sottile superficie urbana era stata grattata via, mostrando così la profondità della natura. Avevo bisogno di loro per rimuovere pezzi di asfalto dalla strada per scoprire la terra, sfondare pensiline pubblicitarie che coprivano la vista di un alberello annegato nel cemento o cancelli che ostacolavano l’accesso notturno al parco. Una volta staccammo una fontanella dal suolo e l’acqua saltò fuori alta quanto un palazzo. Poi alle prime luci dell’alba ero da solo con la mia attrezzatura, e scattavo le fotografie prima che arrivasse gente, polizia, pompieri.
Le foto diventavano sempre di più, e il mio progetto era quasi finito. Altri tre set e avrei concluso il lavoro. Ma la polizia prese Matteo e Renato e li stava interrogando riguardo gli atti vandalici dell’ultimo mese. Non che me ne fregasse qualcosa di finire davanti al giudice, ma volevo completare il lavoro per la mia prossima esposizione.
Sono andato in villa, ho sistemato il cavalletto davanti una statua, scelto una prospettiva che vedeva la testa di marmo davanti al cielo azzurro. Ho montato la pompetta per lo scatto a distanza e ho regolato con cura estrema fuoco e diaframma all’obiettivo e mi sono arrampicato sulla statua, davanti gli occhi di chiunque passeggiasse in villa.
Ho pensato a Gaia nel momento in cui ho staccato la testa alla statua, forse per questo non ho goduto come sempre nel distruggere qualcosa. In fondo questo era un tributo ai suoi occhi chiari. Ho messo forza e concentrazione nelle spalle, ho ruotato le braccia serrate al collo e le mani tra nuca e mento, e la testa è venuta via facile, come se avessi tolto una grande calamita. Qualcuno tra i passanti ha gridato, immediatamente ho fatto due scatti mentre scendevo dal piedistallo e ho raccolto la macchina fotografica al volo, correndo verso il primo centro stampa express.
In mezz’ora ero tornato a casa e sistemavo tutte le stampe che avevo finora. Quattordici in tutto. Erano fotografie simili a quelle di “paesaggi in via di estinzione”, il quadro era quasi interamente occupato da elementi naturali, ma ai bordi si poteva vedere l’intervento che c’era stato per far emergere questa natura soffocata dall’urbanizzazione. Aggiunsi due fogli di carta politenata bianca tra le prime tredici fotografie e quella appena scattata e le misi in un raccoglitore di cartone con sopra scritto “Paesaggi Artificiali” e più piccolo, tra parentesi, a Gaia B. Feci a tempo a portare il lavoro a casa di un mio amico, gallerista sedicente, chiedendogli di occuparsene. Gli spiegai rapidamente di cosa si trattava, e quando lesse la dedica gli si allargarono gli occhi e mi rispose «volentieri, fidati di me».
In galera arrivarono articoli di giornali, recensioni, richieste di interviste. “Paesaggi Artificiali” aveva avuto molta risonanza nei media perché godeva dell’eco di “Devastarte”. Qualcuno parlava di un fenomeno di simulazione pericoloso per il nostro paese, qualcun altro diceva che è nato un movimento d’avanguardia che potremo definire Neodecadenza. Un ragazzo di Genova mi aveva spedito due fotografie dicendo che aveva provato a finire il mio lavoro, e aveva tirato pietre contro una finestra di un edificio con vista mare e abbattuto un cestino dei rifiuti in un parco pubblico; un pazzo di Como aveva stuprato e ucciso una ragazza dopodichè ne aveva ritratto il cadavere con una macchina digitale, e aveva dichiarato alla polizia che era stato spinto dal desiderio di fare anch’egli una mostra fotografica neodecadente con i ritratti di tutte le donne che avrebbe ucciso.
Un giorno poi arrivò Gaia. Disse che quando era all’ospedale psichiatrico desiderava tanto andare a un concerto e incontrarmi, fare l’amore a casa mia, come la prima volta, provare ad amarmi in modo normale. Ma Gaia non era normale, Gaia non era affatto guarita. Lo si vedeva dagli occhi, io la conoscevo. Quegli occhi non mi amavano, quegli occhi erano ancora più invasi dalla follia, sembravano fissarsi su di me ma non ci riuscivano, io ero trasparente, e quello che c’era oltre me era anch’esso trasparente. Gaia mi avrebbe devastato appena fossi uscito dal carcere, ne ero certo. Ciò nonostante non potevo fare a meno di accettare la morte. Io Gaia l’amavo, follemente.
Appena uscii dalla prigione ero già ricaduto in una spirale profonda, ero al centro di un uragano. Dopo pochi giorni Gaia era partita per uno dei suoi viaggi, e ai due esami che avevo preparato in carcere ebbi solo un 18, l’altro finì che alzai la voce con il professore, e questo mi bocciò.
Tornai a far parte della banda, ma senza interessi particolari. Matteo e Renato erano ancora in carcere, dati i loro trascorsi penali avevano avuto una condanna più dura della mia, e così ci riunivamo in tre, Sasà, Aldo ed io. Non mi piaceva per niente l’idea di essere un criminale, ma a volte sentivo il bisogno di rovesciare un’automobile o piegare recinzioni, e avevo bisogno di loro.
Spaccavo sperando che nel momento in cui sentivo la materia cedere provassi quella scossa che una volta mi faceva Godere. Ma sentivo solo di essere uno stronzo che andava in giro a distruggere la città. Mi facevo schifo. L’odio verso me stesso si era trasformato in masochismo, e la sufficienza con cui mi vedevo era paragonabile alla delusione che Gaia avvertiva quando mi paragonava a “paesaggi in via di estinzione”. Allora capivo perché lei mi picchiava con il martello con cui avrebbe distrutto l’arte.
Quando la mia autostima raggiungeva livelli così disarmanti mi prendevo con Sasà, e questo accadeva spesso. La sua ottusità alle volte assomigliava alla mia, e in quei momenti sentivo il bisogno di essere ammazzato di botte. Mi bastava provocarlo, e siccome era molto più forte e brutale di me mi rompeva per bene, sotto gli occhi neutri di Aldo. Io combattevo fino allo stremo delle forze, perché era l’unico modo per placare il bisogno di morte che sentivo crescere nello stomaco.
Una notte litigai pure con Aldo, ma per motivi diversi. La storia di sua moglie mi procurava molta tristezza, e non ce la facevo ad essere cattivo contro di lui. Aldo era l’unico nella banda che avesse un motivo valido per essere criminale, anche se non dovrebbero esistere motivi validi per diventarlo. Quella sera eravamo particolarmente ubriachi, e lui strappò dei fiori da una aiuola e li gettò in mezzo alla strada. Ci azzuffammo in piena carreggiata e un’automobile ci venne addosso.
Riportai fratture multiple, lievi lesioni interne e qualche fastidio con la legge. Tre costole rotte mi rendevano difficile persino respirare. Ma la cosa peggiore da sopportare era stare immobile per tutto il periodo della calcificazione. L’ospedale era ben peggio della galera. Pensai come doveva essersi sentita Gaia nella clinica psichiatrica, drogata di farmaci, immobilizzata dalla camicia di forza.
Provai tenerezza per lei, e quello che mi aveva fatto appariva come un gioco, adesso neppure paragonabile alla sofferenza continua in un ospedale, alla prigionia. Chissà dov’era Gaia adesso, se era ancora libera, Viva.
Pensai che tutto era spento attorno a me, niente aveva più quell’intrepido sapore dell’esperienza, non avevo alcun progetto o attesa per il futuro. Non studiavo più, non facevo più fotografie, e il mio amore per Gaia era un amore Morto. Non cambiava niente se fosse tornata o meno, avrei solo consumato il cervello per cercare di capirla, e la mia vita sarebbe solo peggiorata. L’unica cosa che mi faceva sperare in un suo ritorno era la noia in cui annegavo, ero curioso di sapere cosa avrebbe fatto per devastarmi.
Appena dimesso dall’ospedale mi trovai immobile nella mia stanza, senza alcuna cura, e iniziai a prendere dosi spropositate di Valium, che scendevo con il rhum. Volevo capire fino a che punto Gaia avesse sofferto in quella clinica, volevo arrivare a perdonarla, e ad accettarla. Ma niente aveva più senso, ormai. Smisi di mangiare. Mi venne perfino la bronchite: un giorno mi ritrovai sul pavimento gelido, senza coperte, completamente drogato. Rimasi ore senza realizzare, al freddo, senza muovere un muscolo, e il giorno dopo iniziai a tossire, con dolori lancinanti nel torace.
Gaia non tornava, l’ospedale non mi accettava, i dolori non passavano con nessuna dose consigliata di sedativo. Non capivo se ero lucido o meno, e in uno di quei momenti mi tagliai i polsi con una lametta, e il trapasso fu breve.




