Cielo e Scarpe
di Ismaele Cattaneo
Edito da “Edizioni Microcosmo Creativo”, Licenza CC ByNcNd 3.0 Unported
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Campeggio
Conosco i motivi dei miei viaggi in tenda. Deve essere perché i miei piedi stanno sempre serrati dentro le scarpe da ginnastica, e quando fa primavera hanno voglia di vedere il mondo fuori. Sarà perché dormo sempre schiacciato tra un materasso e un soffitto, e i tramezzini che vendono alla mensa mi fanno schifo. L’estate voglio ingoiare la terra e leccare il cielo di marmo. Voglio essere digerito dal silenzio.
E forse stare in mezzo alla natura mi fa sentire libero perché la tenda non ha muri su cui appendere scaffali di polvere. Forse è perché non so pisciare dentro trenta centimetri di ceramica. Sarà forse la curiosità infantile di odorare la frutta piuttosto che mangiarla, coglierla anziché comprarla.
Sarà che ho il sangue vagabondo, mio padre lontano. Nel silenzio riesco a ricordare la sua voce. Mi cantava di palloncini che sfidavano la forza di gravità per perdersi nell’immenso, e di bambini che, come me, restavano a guardare le nuvole, ad immaginare quali colori si nascondessero dietro l’arcobaleno.
Poi ho visto i tramonti. E il mare di notte, diamante liquido; le albe balsamiche nei boschi; le rocce calde da abbracciare, lo scrosciare di tanta pioggia che mi ha fatto ridere a singhiozzi.
Non ne ho mai dipinto. Eppure le mie dita hanno toccato.
Ogni tanto guardo le fotografie dell’anno scorso, e so già che dovrò ripartire, che non potrò trattenere.
Fiori e foglie
Mi dipingo di alba e tramonto. Mi vesto di tulipani e foglie rosse.
Tremo ad ogni brezza dal sapor di primavera e assorbo ogni goccia di pioggia intrisa dei polverosi ottobri. Ogni battito d’ali una ruga. Ogni raggio di sole una ruga.
L’intimo della montagna
Su,
verso l’intimo della montagna.
Dove la strada finisce e si perdono le ultime tracce del resto.
Una mano, per salire più su…
L’aria è talmente pulita che cancella ogni tumore nel cervello, e i pensieri si sciolgono nello scorrere del sangue e si disperdono dai pori. Le parole non servono, e lo sforzo per la salita le ha già sgozzate.
Una mano nella mano, per salire più su.
Uno sguardo e un sorriso, per smarrirsi un po’ di più. Il cuore pompa più sangue, mentre annega la memoria. Ci sei solo tu, Natura. (Non ricordo nemmeno il tuo nome..). Le felci nascono senza fatica. Le fronde stormiscono senza civetteria. Le farfalle volano senza chiederselo. Ci sei solo tu, una mano, un sorriso, il tuo seno, il tuo sudore. Trifogli e formiche. Solo tu.
Un fiore
sulla piana di San Belardo.
Pietre di sogno
Assorbo acqua salata, paesaggi e vento, cieli stellati e silenzi. Ne porterò tracce negli occhi, sotto forma di pietre di sogno. Tornerò a svegliarmi nel mio letto, a scrutare attentamente la mia immagine riflessa in uno specchio. Mi raderò, poi osserverò le rughe “dell’espressione” mistificate sotto anni di barba. Andrò a fare la spesa e mi illuderò di essere ricco, mi immaginerò di bere il vino delle annate migliori e di mangiare frutta di giardino.
Poi la notte aprirò le finestre e sporcherò le mani con la terra delle fioriere. Strofinerò gli occhi. Piangerò nella notte.
Sicignano sarà una pietra di sogno, una lacrima cristallizzata tra le ciglia. Avrà il sapore di pioggia sulle rocce, il profumo dello stormire di stelle.
Quindici anni
A quindici anni
avresti preso la bici per venire da me
e non saresti tornata a casa per giorni
o forse
saresti rimasta prigioniera nella tua stanza desiderando
di essere grande abbastanza per potermi sposare
vorrei avere
un tetto
o forse
ventisette anni
vorrei che
il vento
o forse
l’amore maturo
non smettano di invecchiare
il mio sguardo da bambino.
Lo stupore
Il sapore delle fragole, il profumo delle felci.
Lo stupore, tra giri di vento, cristallizza il sudore.
E il silenzio, il sonno, l’alba lattiginosa all’ombra dei faggi.
Quello stupore. Quella purezza.
Bastardo vagabondo. Solo e senza meta.
Vado via, e la distanza che aumenta mi tira l’anima e parte della pelle rimasta tra gli alberi. Ho finalmente trovato la patria e sto andando via. Ho soltanto grattato con le ciglia quella superficie lucida di sogno riflessa nei miei occhi. Ma la bellezza di questi luoghi non mi appartiene.
Le famiglie che mi hanno ospitato non sono le mie, e gli sguardi gentili che mi hanno seguito indulgevano tacitamente al mio rubare: un litro d’aria, il sapore di un frutto, qualche goccia di pioggia.
Sono sempre stato povero, ho pensato. Ho soltanto una tenda, un paio di scarpe, qualche anno di salute. Lo stretto necessario, insomma, per illudermi di poter ritrovare la mia patria, Sicignano.
Padre, casa, letto, moglie.
Dove siete se non qui, dove nacqui e dove ora desidero morire, piuttosto che partire?
Bastardo vagabondo. Solo e senza meta.
Un tetto che marcisca
Ho lasciato il paese con gli occhi graffiati dalle case in pietra, l’acqua della montagna nelle scarpe, e le labbra arse dal desiderio di un bacio eterno.
Non in questo porto ho trovato quello che cerca un povero vagabondo: un buio irreale, un tetto che marcisca, un abbraccio in cui addormentarsi.
Piccola preghiera del naufrago alla luna
O luna,
pallido viso di una misteriosa amica per un povero naufrago,
che attiri il mare ma dal mare non puoi essere raggiunta,
che giostri le maree pur restando lassù lontana…
illumina questo abisso fino alla prossima riva.
Ecco, un porto!
C’è una luce piccola, profumo di pane. Porta a una locanda.
E rubo per mangiare,
mi nascondo per non farmi scoprire profugo.
C’è del fieno su cui dormire, e finalmente riposare…
Restare, ricominciare da capo,
tentare di appagare il bisogno di viaggiare,
navigare seguendo una scia senza fine.
O partire,
cercare l’origine di quell’impulso che spinge a prendere
il mare, ancora.
Ogni notte contemplare la luna,
e sognare lei che non cerca, ma raggiunge coi suoi raggi,
che colpisce sempre, e seduce ancora,
incanta, tace, governa.
O luna,
stasera il naufrago solitario è di nuovo in mezzo al mare,
e segue come d’istinto la scia argentea della tua luce
senza cercare altrove quel porto
dove c’è la mia città, la mia casa, i miei desideri.
Memoria
Se non ci fossero gli alberi, gli uccelli non sentirebbero il bisogno di volare.
L’uomo non alzerebbe più lo sguardo, non potrebbe accorgersi dell’immenso, e desiderare di raggiungerlo. E il mondo non avrebbe poeti, memoria, filosofia.
La pioggia cesserebbe di scrosciare, il vento di stormire, le navi di tornare.
Ismaele Cattaneo
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