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Bianca Maledizione

storia non adatta ai bambinidi Ismaele Cattaneo
Edito da “Edizioni Microcosmo Creativo”, Licenza CC ByNcNd 3.0 Unported

Acquista il libro artigianale in carta ecologica riciclata a 3 euro (compresa la spedizione)

 

 

 

Nina. Nina ha la pelle così chiara che uno sguardo malizioso la fa lividire. Nina è una bellezza inafferrabile. Nina sotto le mani è di marmo. Ha un segreto inconfessabile e divora le lacrime con gli occhi, per non bagnare la terra con la sua sofferenza.
Nina parla solo con me, poi ascolta il canto delle sirene per il resto della giornata, e fissa con lo sguardo un posto irraggiungibile a ogni uomo. Un giorno i suoi occhi si sono posati su di me e mi ha detto una cosa. Quello che mi disse è un segreto, perché io non capii e lei non lo ha mai ripetuto. Immagino che Nina ha passato tantissimo tempo ad ascoltare le sirene, perché nella sua voce c’era una forza capace di attirarmi inevitabilmente.
Mi avvicinai. Era un pomeriggio caldo d’autunno e stavo attraversando il parco per restituire un libro a un amico. Nina era seduta sull’altalena, ma non si dondolava. Ho aspettato che parlasse di nuovo, ma lei ha solo sorriso, senza che i nostri occhi perdessero quel filo di tensione. Mi avvicinai, ma immagino che quel giorno sbagliai a calcolare la distanza che si deve tenere quando si incrocia uno sconosciuto e così capii che quel silenzio poteva durare per sempre. Com’è ostile il mondo, pensai, perché due ragazzi hanno timore nel conoscersi in un parco, come facevamo da bambini. Per mostrarmi inoffensivo sono andato sull’altra altalena e ho iniziato a dondolarmi piano. «Io mi chiamo Ismaele».
Nessuno disse più una parola, restammo accanto e in silenzio a godere la tranquillità del parco fino al tramonto. Mi sentivo invaso da un senso di benessere liquido, circolava misto al sangue e mi distendeva i nervi. E c’era una melodia che accompagnava quell’ora quieta, non sono mai riuscito a capire se quella musica era dentro di me o fuori di Nina. Ma allora non aveva importanza, quella melodia c’era, come c’era il profumo della resina o il canto dei passeri. Sembrava normale che insieme a Nina ci fosse una musica.
Mi girai alcune volte a osservare quella ragazza di profilo, senza voler essere scoperto. Era molto bella, e mentre rubavo un po’ di quella bellezza mi vibrava l’anima, come quando si è di fronte a un opera d’arte. Il suo viso era disteso, e rifletteva il colore bruno del sole come un cristallo. Decisi che volevo essere, per sempre, travolto da quella bellezza.
L’ho incontrata altre volte, quell’anno. Facevamo diversi giri per il parco e poi ci sedevamo su un tronco cavo che sembrava fatto apposta per fermarsi a guardare il laghetto. Lei parlava sempre poco, preferiva sorridere in silenzio. «Io mi chiamo Nina», disse una volta. Io la guardai con attenzione, come se volessi accertarmi di quello che aveva appena detto, e da quel momento si impresse nella mia memoria una fotografia di lei, giovane, piena, con la pelle bianchissima e gli occhi persi in un punto irraggiungibile.
Solo oggi me ne accorgo, ma il suo aspetto non era cambiato durante tutti questi anni. Come se il tempo non l’avesse mai sfiorata, la pelle di Nina non mostrava alcun segno di decadimento. Avevamo vent’anni quando ci conoscemmo, adesso io ne ho trentadue.
Ero innamorato di Nina, e lei di me. Vivevamo di un amore leggero, puro, che in tutta la vita non ho mai più provato. Un amore privo di bisogni fisici, aspettative reciproche, matasse del passato. Inafferrabile, utopico, fragile amore. Le regole del gioco erano invisibili, Nina me le spiegava con il suo silenzio, e io le accettai per entrare nel suo mondo, un Mondo di Favola.
Ma non era affatto facile vivere in due mondi opposti, uno reale, l’altro esistito da sempre nei sogni. Porta gravi effetti collaterali, sbalzi di umore, vuoti di coscienza, crisi di personalità. Facevo grande fatica ogni volta che ci salutavamo a non dirle «a domani», affidando al destino il nostro nuovo incontro. Non potevo guardare l’orologio che l’indifferenza delle lancette mi portava immediatamente sulla linea di confine tra i Due Mondi, dove si combatteva una guerra devastante.
Avrei voluto abbracciare Nina, anche, stringerla forte fino a farle uscire dal petto un grido di dolore, ma quando provai a toccarla avevo sentito la sua pelle di pietra e avevo ritratto immediatamente la mia mano. Quando scrivevo poesie per Nina pensavo che fosse composta al novantanove per cento da marmo, e solo dall’uno per cento di immaginazione. Era questa piccola percentuale a rendermela umana, visibile. In realtà quella ragazza era solo una statua in mezzo a un parco, con cui io parlavo e dimenticavo il mondo di fuori, la realtà fatta di tutte le cose brutte che ben si conoscono. Automobili, discorsi sulla politica, armi, soldi virtuali, codici a barre con le rispettive traduzioni in numeri. Volevo così tanto entrare nel mondo di Nina che iniziai a odiare tutto quello che apparteneva al mondo in cui avevo sempre vissuto.
Poi venne l’inverno, e smisi di vedere Nina. Non perché facesse troppo freddo per andare al parco, credo perché l’ultima volta che la vidi aveva iniziato a piovere. Così la invitai a bere un the a casa mia, tutto qui. Lei disse che non poteva venire, io non capivo perché, e iniziai a ragionare con lei, ma Nina non sopporta quando ragiono troppo, e stava già andando via. Provai a trattenerla ma la sua mano mi scivolò via appena ebbi sentito di nuovo la sua pelle di pietra. Corsi a casa. Misi la mano sotto l’acqua calda, quella sensazione mi inorridiva e più ci pensavo e più la sentivo lungo tutto il corpo, dietro la schiena, sotto lingua, nelle orecchie. Riempii la vasca e mi immersi nell’acqua calda, ma quel tepore non allontanava il ricordo del gelo. In seguito mi ammalai, e il dottore non sapeva cosa avessi. Poi cadde la neve, così tanta neve che nessun uomo vivente poteva dire di aver visto. Quando tornai nel parco c’era solo tanta neve.

Nina. Bianca sirena.
Neve sulle tue mani
stanca si posa.

Folle gennaio
di pietra e ghiaccio,
scaccio ricordi gelidi e attendo.

Lieve ritorna, infondo ogni cosa,
domani al sole
pelle di rosa.

Poi un giorno ho rivisto Nina. Otto anni dopo. Dopo quella nevicata ero stato in città per seguire una terapia, e nel frattempo avevo trovato un buon lavoro e un appartamento modesto. La mia vita aveva trovato un nuovo equilibrio, fondato sul Mondo Reale. Avevo rimosso Nina, la sua pelle bianca, il suo sorriso silente, le passeggiate nel parco. Poi venne un Agosto, e passavo qualche giorno dai miei perché nel mio paese si sta freschi d’estate, e perché era bello poter parlare con mio padre e mangiare quello che cucinava mamma, tutto come se il tempo non fosse passato e io ero ancora un ragazzino.
Un pomeriggio me ne andai a leggere nel parco, non ci venivo da così tanto tempo che non mi sapevo orientare, e così passeggiai un po’ prima di fermarmi vicino al laghetto. L’ombra degli alberi rendeva quel posto ideale per la lettura, e dovevo essere molto preso perché a un certo punto mi voltai e Nina era seduta sul tronco cavo, affianco a me, con gli occhi persi nel punto del lago dove le sirene le sussurrano canzoni malinconiche. Non era per niente cambiata dall’ultimo giorno che l’ho vista, nessun segno del tempo era passato sul suo viso. «Il tempo è solo un’informazione» mi disse, e io le risposi «allora tornerò domenica», e così iniziammo a vederci ogni fine settimana, quando il lavoro mi lasciava libero. Facevamo un paio di giri del parco e poi finivamo seduti sul tronco ad aspettar la sera. Era vero, il tempo non contava niente, quando stavo con Nina. Passavamo ore insieme, ma non le avevamo mai contate. Passavano le stagioni, anche quelle non le contavamo.
«Il tempo non esiste nelle favole» disse lei.
Nina mi riaprì il suo Mondo di Favola e io mi ci persi ogni domenica, per anni. Ma io adesso lavoravo, avevo delle responsabilità oggettive verso me stesso, dei legami più solidi con la società del Mondo Reale, e mi sforzavo di far combaciare i Due Mondi. No, non sarei più caduto nell’errore di accettare un mondo avulso, avrebbe rotto l’equilibrio che avevo ricostruito con fatica. Ma non avrei rinunciato a Nina, adesso ero forte abbastanza per costruire un mio microcosmo dove portare Nina e vivere i sogni nella realtà. Lavorai duro durante tutte le settimane, con venti ore di straordinario alla settimana. Mangiai non so quanta pasta in bianco per mettere dei soldi da parte, pensando al giorno in cui Nina sarebbe venuta da me, fondendo il Mondo Reale e il Mondo di Favola.
Desideravo molto Nina. Decisi che in qualche modo dovevo dirglielo, ma in qualche modo lei lo leggeva nei miei occhi, e io sentivo il suo amore per me attraverso le sue mani, che più spesso si intrecciavano con le mie ed erano stavolta morbide come petali di rosa. Anche quando l’inverno ghiacciava la punta del suo naso restavano morbide, mi accarezzava il viso e io guardavo le sue labbra, attendendo un bacio che tardava ad arrivare. Nina voleva baciarmi, ma non poteva. Il giorno che lo fece pianse ininterrottamente, ore.
«Nina, perché non vuoi dirmi il tuo segreto?»
Rimase con la testa appoggiata alla mia spalla, dopo molto tempo alzò il viso verso di me e io notai la sua prima ruga, comparsa come in seguito al tanto scorrere di acqua salata sul viso. Non smise di piangere, e io di tenerla stretta a me, fino al calare della sera. Nina non disse il suo segreto.
La settimana dopo Nina era cambiata. Il suo viso mostrava i segni del tempo che non erano mai apparsi in tutti questi sette anni. Deve aver pianto molto, pensai, povera Nina. Facemmo il solito percorso, in silenzio, e quando ci sedemmo sul tronco cavo lei iniziò a cantare, con voce da sirena.
E così ci baciammo ancora, un bacio lungo e di passione. Il suo collo bianco si inarcava per chiedere ancora baci, io ne assaggiavo ogni centimetro, accarezzavo i lobi con la lingua e premevo le sue guance contro le mie. Lei cercava la mia pelle sotto i vestiti, intrecciava le gambe con le mie e misurava il respiro soffiandomi nei capelli.
«Nina, vieni via con me». Dissi. E Nina alzò la testa come se pesasse troppo. Non piangeva, ma per me quegli occhi stavano piangendo, nonostante le sue labbra si contrassero in un mezzo sorriso. Erano forse finite in una settimana tutte le lacrime che si hanno a disposizione nella vita, prosciugando la freschezza del suo viso, disidratandolo, corrugandolo. Non l’ho mai più vista piangere, e non l’ho mai più vista giovane come sempre era stata.
«Lo vorrei tanto. Ma non conosci il mio segreto».
«Non ho paura del tuo segreto».
«Ne soffriremo entrambi».
«Ma io ti amo, Nina».
Quella sera Nina prese il treno con me, e nel mio appartamento in città facemmo l’amore, dolci e selvaggi. Ebbi la sensazione di fare l’amore per la prima volta, di essere drogato, di essere felice come non mai. Nina dormiva accanto a me, poggiando la testa sul mio petto e stringendomi la mano sinistra. Con la destra l’ho accarezzata per ore, prima di addormentarmi.
Quando suonò la sveglia Nina era sparita. Corsi a cercarla alla stazione, presi il treno e tornai nella mia città, la cercai al parco. Persi il lavoro, per mesi restai chiuso in un centro di soccorso psicologico. Non l’ho incontrata per un anno intero.

Pietra è il tempo, rosa l’attesa;
Lucidi gli occhi, nitido il cuore.
Bianca la luna stanotte sospesa
col fiato corto, in ansia d’amore.

La incontrai una notte di luna piena, nel parco. Era difficile riconoscerla, era rivolta verso il laghetto seduta sul tronco cavo, ma sapevo che era lei, il suo profumo, il suo silenzio. Mi sono seduto affianco, l’ho guardata di profilo, come la prima volta sulle altalene. Erano passati dodici anni dal primo incontro, e sebbene per undici anni non l’ho mai vista invecchiare, nell’ultimo anno il suo viso era molto deperito, il corpo gonfiato, tra i capelli si nascondeva qualche traccia d’argento. Aveva trentadue anni, ma adesso ne dimostrava molti di più.
«Nina, che ti è successo».
«Ti ho amato».
«Nina, perché sei andata via?»
«Volevo vivere il ricordo della nostra notte d’amore più a lungo di quanto mi fosse concesso».
«Nina, non capisco».
«Non puoi capire. È il mio segreto».
Le diedi un bacio e le chiusi per sempre la bocca. Nina aveva un segreto, un segreto inconfessabile talmente fosse brutto, ma io non volevo saperlo. Le avevo promesso che qualsiasi cosa orribile celava dentro di sé io l’avrei accettata, senza paura. E così le diedi un bacio, di quelli che si posano leggeri sulle labbra e sono la sintesi di un amore incontenibile. Lei mi strinse forte, anche stavolta non pianse, ma avrebbe voluto. Mi tolse la camicia, io la sua. Lì nel parco facemmo l’amore, dolci e selvaggi, e mentre le accarezzavo i capelli intere ciocche diventavano bianche al passare delle mie mani. Non ho avuto paura, promisi di non averne. Lei invecchiava ad ogni mio bacio, e più invecchiava più aveva urgenza di essere baciata. Gemeva con voce di sirena e io non smisi di entrare dentro di lei fin quando fu esausta.
Alla luce della luna si poteva darle settant’anni, lei un anno fa ne aveva ancora venti. Mi stesi sull’erba e lei appoggiò una mano sul mio petto, con l’altra mi stringeva la sinistra. Nina accanto a me morì. E sirene dal lago vennero a prendere il suo cadavere. Piansi, e quella volta esaurii le lacrime che dovevano bastare per tutta una vita. Da quella notte i miei occhi fissano sempre un punto nel vuoto, irraggiungibile a qualsiasi uomo.
Nina. Nina ha la pelle così chiara che uno sguardo malizioso la fa lividire. Nina è una bellezza inafferrabile. Nina sotto le mani è di marmo. Ha un segreto inconfessabile e divora le lacrime con gli occhi, per non bagnare la terra con la sua sofferenza.
Nina parla solo con me, poi ascolta il canto delle sirene per il resto della giornata, e fissa con lo sguardo un posto irraggiungibile a ogni uomo. Nina è lo spirito nel parco, Nina è una statua bianca, nuda e sempre giovane. Una statua non può invecchiare. Nina è novantanove per cento marmo e uno per cento immaginazione. Nina non può morire. «Nina non puoi morire. Nina non puoi morire. Nina non puoi morire. Nina non puoi morire. Nina non puoi morire. Nina non puoi morire. Nina non puoi morire. Nina non puoi morire. Nina non puoi morire. Nina non puoi morire…»

 
Ismaele Cattaneo