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Amore e Psiche

storia non adatta ai bambini

Lasciami qui, lasciami stare, lasciami così,
non dire una parola che non sia d’amore.
Per me, per la mia vita che è tutto quello che ho,
è tutto quello che io ho e non è ancora finita.

C:S:I:

 

parte prima: Amore

Giulia

Ho conosciuto Giulia quando avevo 16 anni. Lei ne aveva 17. Camminava con lo sguardo talmente basso che, giuro su dio, pensavo avesse perso qualcosa. Ringrazio e maledico, oggi, quell’equivoco. Quindi non l’approcciai, non ne ero capace, volevo solo aiutarla a ritrovare ciò che aveva perso. Mi disse che, semplicemente, aveva perso se stessa. Non mi guardò neanche e passò avanti. Cazzo io l’avevo appena trovata, e lei si era appena persa. Kundera diceva che ci si innamora quando l’altra persona riesce a inscriversi nella tua memoria poetica. Per me quell’incontro fu poesia allo stato puro. Un anno dopo stavo tornando a casa, alle 4 di notte, in sella al mio fidato “Si” quando vidi una ragazza sola, sulle scale della chiesa, con una bottiglia di vino affianco. Per quante esperienze ti possano segnare, per quante cose tu possa avere visto, c’è’ sempre un immagine che si scolpisce dentro di te e ridimensiona tutte le altre, rendendole piccole, inutili. Giulia, quella notte, sulle scale, cancellò tutti i miei ricordi. Mi fermai e lei rivolse lo sguardo verso di me e io non riuscii a sostenerlo, abbassai la testa. Cazzo sbagliai, ma voi avete mai guardato negli occhi un sogno? Salii le scale una ad una fino ad arrivare a lei, e lei mi passò il vino. Bevemmo assieme, e sorridemmo, guardandoci negli occhi.
Io dissi “Hai lo sguardo alto, hai smesso di cercare?”
Lei rispose “Ho trovato te. Non andartene ti prego.”
Ci baciammo, facemmo l’amore, piangemmo. Adesso lei dormiva affianco a me e io la guardai fissa fino a che gli occhi mi fecero male. Mi addormentai. Una vecchia signora mi chiese se stavo male. Il sole mi impediva di aprire gli occhi. La testa mi scoppiava.
“No, sto bene risposi”.
Ero sdraiato sulle scale, con una bottiglia di vino vuota affianco, cercai Giulia con lo sguardo, ma chiaramente, non la vidi. Le campane della chiesa suonarono otto volte. Un mio amico, sa interpretare i sogni. Mi ha detto che la notte rappresenta l’inconscio, la chiesa la spiritualità, le scale la ricerca, Giulia l’amore. Tornai a casa a piedi con lo sguardo basso, una ragazza, che mi incrociò, mi chiese se avevo perso qualcosa, risposi semplicemente che avevo perso me stesso.
In quel preciso istante, Giulia si svegliò.

 

 

 

Nerofumo

Corsari ci avviammo al ciglio, battevi i denti per il freddo.
Ti strinsi sotto il braccio, come per nasconderti.
In questo e in altri gesti fingevo di non essere la causa della fine.
Onnipresente in chi mi ha avuto e nei loro discorsi, la morte e le sue sorelle.
Impera da sempre alle mie spalle il nero del suo manto.
E ora noi due, che pure riempimmo con l’inchiostro spazi vuoti siderali, che infondemmo letti e prati di lacrime e sudore, che ci riconoscemmo come eletti di destini che ci apparivano immaginari prima di incontrarci, ora siamo mani intrecciate e vento nei capelli e osserviamo stretti l’immagine imperdibile, più di ogni foto che scattammo, riflessa nella lama della falce della vecchia signora.
Come sei bella Zara, nel tuo cappello russo e nel tuo cappotto chiuso da un solo bottone in cima, coi tuoi occhi intrisi di sfida e disperazione.
Io appaio come vorrei essere stato, come speravo da adolescente, barba incolta, giubbino vecchio di trent’anni, segni anarchici sul corpo.
Riflessi nella falce ora appaiono visibili e sereni i fantasmi che ci accompagnarono nelle lunghe sere delle nostre letture, quelli che all’inizio ci levarono sonno dalle notti e sangue dai polsi, perché scappavamo invece di tenerli per mano.
I tuoi hanno facce più giovani dei miei, seppure riconosco un me stesso piccolo tra di loro.
Ogni volta che venivamo insieme ripetevamo dolcemente la petite mort est arrivée, la petite mort est arrivée.
Evocavamo segretamente, con quelle parole, questo momento. Ti stringo più forte la mano, ci aspetta l’accoglienza riservata ai poeti ti dico, ti ho amato dal primo momento mi rispondi.
Saltiamo:

La Morte ci è amica
ci accoglie col canto
la sua voce è antica
e profondo è il suo manto.

La Morte è sorella
ci distende abbracciati
su quella stella
su cui siamo nati.

 

 

 

Greta

Greta, si risvegliò dolorante. La testa le doleva del peso delle cose proibite che doveva e, voleva, dimenticare. Il ricordo di ciò che aveva dovuto fare la inseguiva quotidianamente tenendola appiccicata a terra, pesantissima. Lei che era fatta per librarsi, tanto era nata leggera. 2 chili sentenziò il medico che l’aveva vista sbucare dalla profondità della genitrice, l’unico tra l’altro a conoscenza dell’identità della madre.
Seppur sola, Greta crebbe dolce, silenziosa, incredibilmente audace. Quella creatura fatta di sospiri e sogni, sembrava impalpabile tanto era fuggevole. Trovava rifugio nelle storie raccontate nei libri, catturava sensi sconosciuti persino agli autori che dall’aldilà, Greta amava i classici, sorridevano grati di quelle letture che davano vita a nuovi capolavori.
Greta amava il suo mondo. Ma non quello fatto dagli uomini, bensì quello che nasceva dentro di se ogni giorno quando i suoi occhi, da cui trapassava la luce dell’infinito, si poggiavano su un albero, o su un gabbiano o che so io, su quelle piume che volano nell’aria. Riusciva a carpire, con quello sguardo trasparente, l’essenza, la quinta, che queste cose donavano. Eppure quest’angelo, che custodiva in se i sentimenti più puri, che non aveva mai procurato male nemmeno col pensiero, che era così bella dentro da essere splendida fuori, conobbe la cattiveria degli uomini, che in terra di guerra, la trovarono sola e la violentarono per ore, lasciandola, alla fine, nuda, distesa e sanguinante.
Io amo Greta con tutto me stesso. Ma so che il mio amore non sarà mai profondo quanto lei, quanto il dolore che ha sofferto, quanto l’essenza, la quinta, che lei coglie nelle più piccole cose.
Eppure lei si lascia sfiorare da me, di sera quando, abbracciati, aspettiamo il tramonto. E i nostri corpi tremano, e lei sa che quella, è la danza delle nostre anime.

 

 

 

Due di uno

Entri in un bar. Sei a Berlino. Fuori fa freddo. Torni ora dalla premiazione.
Orso d’oro al festival per la tua opera prima. Nuvole Sparse.
Ordini thè caldo e una fetta di torta al cioccolato che non mangerai. Nell’attesa segni la data su un foglio e cominci a scrivermi. Un tizio magro come me ti scruta senza poesia da un tavolino lontano.
Sorseggi il thè lentamente mentre la neve fuori comincia a cadere e la vecchia radio del bar trasmette quella canzone di cui non sai il titolo, quella canzone che hai conosciuto fra le mie braccia. Allora ti viene da piangere e cerchi di mettere nella lettera anche quelle note, il sapore del thè, il profumo della cioccolata. Come al solito sei vestita solo per assecondare i tuoi stati d’animo, senza tenere in minimo conto il clima che ti circonda. Sei coperta di sciarpe e lustrini, hai scarpe basse da passeggio in un posto così freddo, hai un cappotto col bavero alzato, lo mantieni alto con la mano libera dalla penna. Mi scrivi per dirmi di come il tuo film rivelazione sia stato ispirato da un mio racconto, di come mi scrivi oramai da anni, senza avere risposta. Scrivi l’indirizzo, ogni volta diverso, segni città e cognome, nient’altro.
Sai già che neanche questa volta, mi arriverà.
Lasci i soldi sul tavolo, uscendo sfiori con il cappotto il tizio che ti guardava illudendolo chissà di cosa, ma tu hai altri pensieri.
Vai ad imbucare la lettera, la baci un attimo prima di lasciarla cadere.
Mi ami ancora, dopo tutto questo tempo e fingi di non sapere della mia morte.

Tu non mi comandi.

Mi succede sempre così quando comincio un racconto. Scrivo la prima frase e dopo ho bisogno di qualche secondo per far sì che i pensieri fluiscano da soli, liberamente. Il mio compito consiste solo nel pronunciare la prima frase. Come in un incantesimo la parola magica apre le porte, così la mia riempie i fogli.

Tu non mi comandi.

Eppure mentre ho altre cose a cui pensare, altre cose da scrivere, sono inchiodato all’immagine di te seduta ad un tavolo di un bar di Berlino. E il tuo modo di scrivere il foglio che hai davanti, il tuo modo di accarezzarti i capelli, mi tiene ancora stretto a te, prigioniero.
La statuetta che hai affianco è il premio che ti sei meritata e la lettera che stai scrivendo è per me, e il tuo film ha reso così bello il mio racconto che dovrei essere io a ringraziarti. Se lo vuoi sapere sei riuscita anche a far arrivare le note della canzone fin qui. Il titolo era So far.

Tu non mi comandi.

Eppure i miei polsi sono legati ai tuoi da lacci che pesano come manette immaginarie.

Tu non mi comandi.

Al solito, però, domani attenderò il postino come faccio da dieci anni.
Ignorerò le sue mani vuote, fingendo di non essere morto.

 

 

 

parte seconda: Psiche

Attenuanti generiche

E’ una giornata strana, questa, la mattina si è rivelata più fredda della sera e la cosa ha colto di sorpresa tutti. La gente ha addosso questi maglioni che preziosamente hanno ricavato dagli armadi, dal già effettuato cambio di stagione. Ora si trovano a sudare gocce enormi che sembrano indicare stati di tensione, in realtà inesistenti. Penso a queste cose sempre , mentre cammino.
Mentre cammino ho l’aria assente come se stessi cercando la chiave per risolvere enigmi intricatissimi. In realtà non ho nulla da risolvere e se anche l’ avessi io posseggo la speciale abilità, ottenuta dopo anni interi di complessi esercizi di crearmeli i problemi, non di risolverli.
Se per esempio una donna mi ama, e non so, questo suo sentimento si palesa in forme indiscutibili, inequivocabili, tipo viene sotto casa mia di notte, d’inverno con la pioggia che scroscia, coi lampi che illuminano, con le strade allagate,con chilometri nei piedi, solo per dirmi al balcone quanto mi ama e parlarmi delle mie incredibili qualità, che lei cercava da sempre ma non credeva esistessero, ma io invece ce le ho, e ne posseggo alcune che lei non riusciva neanche ad immaginare ma con me aveva scoperto di desiderarle, di averne bisogno, che proprio non ne poteva fare a meno, che adora come parlo, la mia voce, le cose che dico, come mi muovo quando faccio l’amore e le mie mani, i miei sguardi, il mio modo di rigirarmi nel letto, di rigirarmi nei discorsi senza finirli mai, di amare tutto di me,insomma anche i miei difetti,la mia intolleranza, i miei tic nervosi, il mio modo obliquo di osservare le cose, le mie inutili ripetizioni, le mie inutili ripetizioni, i sensi di colpa che creo, il mio cinismo, la mia patologica indecisione, cristo persino i miei rutti la divertono, io le dico che è inutile che mi dice queste cose, che so che è passata sotto casa mia solo perché chissà dove cazzo stava andando, soprattutto da chi stava andando e a quest’ora per giunta; lei mi fa notaresche è bagnata fradicia, che nel quartiere non conosce nessuno oltre me, che sono assurde le cose che dico; io insisto dicendole che è una bugiarda, che vaffanculo, e etc..
Quando lei va via piangendo ho un momento di tenerezza subito rimpiazzato dalla rabbia del senso di abbandono che mi sta provocando, e torno ad essere uno stronzo allucinante.
Io in fondo, non sono così. Ho solo sofferto molto da bambino e da adolescente.
Da piccolissimo, mi dicono, ero adorabile.

 

 

 

Breve messaggio di testa

Un accordo distorto sostenuto di chitarra elettrica ma senza cattiveria, più gusto che cattiveria. Dovrebbe accompagnare il mio passo. Questa mia cazzo di camminata che mi porta lontano da casa tua. Così le persone sentendolo potrebbero partecipare al mio dolore. Girerebbero quelle loro teste insensibili verso di me. E invece no. Vuote teste di cazzo. Nessun accordo distorto. Clacson. Bambini. Sirene. ‘Fanculo. Cerco solo un po’ di silenzio, ne avrò diritto, no? Cazzo non c’è un po’ di silenzio in questa città.
Torno a casa. Vuota. Silenzio…
Esco di nuovo. Chiamo quella mia amichetta che odiavi tanto, quella che prima di conoscerti mi si strusciava addosso dopo trenta secondi di dialogo, le do appuntamento. Non vedeva l’ora. Mi sento di nuovo qualcuno. I miei movimenti riprendono credibilità, la camminata diventa di nuovo più fluida, mi guardo in una vetrina, ho una faccia di merda ma cerco di compensare con un aria incurante. Funziona. Acquisto fascino, una ragazza si gira a guardarmi. Piccola. Troppo. Ben fatta, ma piccola. Ripenso a tutto il tempo che ho perso a carburare, a capire dove sbagliavo, a leggere, ad ascoltare a scappare. Sorrido. Mi convinco che è grazie al tempo che ho passato a fare queste cose che sono così. Che non mi vesto come loro. Che non mi calo. Che non cambio il cellulare ogni due mesi. Che non dico sciolto e disinvolto. Che non sono abbronzato a dicembre. I miei atteggiamenti mi sembrano all’altezza, ora. La camminata migliora ancora. Devo dare l’idea di quei tipi che andavano al muro e rifiutavano la benda. Consapevolezza di andare a morire ma anche sicurezza, dignità. Mi sembra anche che l’aria sia scossa da quelle note distorte che prima non mi accompagnavano. Quelle che mi davano quell’aria dannata di cui mi parlasti, ricordi? Arrivo all’appuntamento in ritardo e la tipa è lì tutta atteggiamenti presi dalla tv e un po’ tesa, un po’ sicura del suo corpo e del fatto che si girano a guardarla.
Ho la nausea. Non mi faccio vedere, vado via nel senso opposto.
Ho sbagliato. Di nuovo. Chiedo scusa.
Mi hai lasciato a mezz’aria. Almeno finiscimi stronza. Lasciami. Sparami. Tradiscimi. Insultami. Fai qualche cazzata irreversibile, non lasciarmi a fare i conti con la mia testa di cazzo; cristo mi vibra la gamba.
La conosco questa sensazione.
Merda, tutto, di nuovo, daccapo.

 

 

 

Terza visione

Reagisco d istinto in questi casi. Più profonda è la ferita subita più il mio gesto sarà veloce. Butto la sigaretta a terra ma il molto tabacco residuo indica la gravità della cosa. Ora cerco di evitare il tuo sguardo per non sprofondarci di nuovo. Anni di allenamento all’indifferenza con donne dilettanti a quanto pare, se basta incrociare i tuoi occhi per un attimo per veder dissolte le mie conoscenze.
Dovrei contare fino a dieci, lo so. Prendere aria. Spingere gli occhiali scuri alla radice del naso. Sorridere e andare oltre.
E invece carico il braccio all’indietro e il lungo arco descritto mi fa illudere di un possibile ripensamento, ma non va mai così. Il rumore in questi casi è più forte del dolore ma fa sì che il ricordo tra qualche giorno, o mese, o anno sia più netto e amplifichi le sensazioni realmente provate. La soddisfazione c’è , ma la frustrazione di essere nel torto, ora, dopo lunghi minuti di fottuta, sacrosanta ragione, mi irrigidisce i nervi e mi spinge a ritirare il braccio, a constatare il danno procurato, a sentirmi di merda.
Mi sento meglio se penso però, a come invece tu sorridevi, certamente mentre mi strappavi il cuore, alle mie spalle. E solo ora, in ritardo, come sempre, riesco a sorridere.
Perché le lacrime, cristo santo, le ho finite qualche anno fa.
Mi sento protagonista di un film in seconda, terza visione. Trame uguali, finali uguali, stessi attori, stessa faccia della bell’attrice offesa e ferita dal comportamento violento e scontato di uno stronzo maschilista.
Lo so che ti piace vederla cosi , ma così, non è.
Perché ho ferite profonde sparse per tutto il corpo e molte di queste le devo alla tua lama, tagliente, ipocrita, esperta tanto da lasciare segni visibili in superficie, riconoscibili allo specchio, che non mi permettono di dimenticarti, di rimuoverti. Ma hai vinto di nuovo tu, grazie alla crudele diplomazia dei tuoi movimenti. Movimenti precisi, nascosti, che si scontrano con i miei errori ingenui, urlati, concreti.
E li racconterai alla corte attenta ma in fondo interessata dei tuoi amici che confermeranno le tue impressioni facendo sì con la testa mentre godono in silenzio pensando alla mia immagine che finalmente si dissolve.
Ciao.

 

 

 

Meccaniche

Rischio di diventare sordo, lo so, ma a volte non ho voglia di ascoltarmi. Così alzo il volume al massimo e mando a ‘fanculo il resto. Lascio che le chitarre e le voci prendano il posto delle immagini violente che mi affollano la testa. È un processo graduale, necessita di un po’ di tempo, ma in genere funziona. Si aprono le porte, entro meccanicamente, come meccanicamente cerco un angolo libero. Un tipo mi guarda male infastidito forse dai suoni troppo alti che escono dalle mie cuffie o dai miei pantaloni logori a vita troppo bassa. Mi fissa come volesse riportarmi a terra ma il mio è un meccanismo collaudato e ora sono in aria: è difficile farmi scendere.
Ogni giorno incrocio sguardi tristi, depressi, insoddisfatti, frustati, repressi, invidiosi, vagoni di gente che sta andando dove non vorrebbe andare, interi treni di persone che cercano di togliermi aria ed energia. Allora concentro l’attenzione sull’unica ragazza che sembra fuori dal contesto, sul suo modo nervoso di muovere le dita, sui suoi occhi puntati a terra. Grazie a questa tecnica i contorni sfumano, la mediocrità che mi circondava non esiste più.
Siamo solo io e lei.
Creo un filo di tensione tra i nostri sguardi che la costringe a guardarmi, e si imbarazza perché io insisto e lei è stupita, ma si interessa e con gli occhi, ora, è lei che mi valuta. Non mi sottraggo, la lascio fare, e adesso lei mi appare come fonte di salvezza molto più estesa di come mi appariva prima. Mi sorride e già sarei pronto a fuggire con lei, a giurarle eterna fedeltà, a darle un figlio.
Sono completamente perso.
Le porte si aprono, è la mia fermata, scendo, non le dico niente. L’unico gesto concreto è alzare ancora il volume. Il treno riparte dopo pochi secondi. È giusto il tempo che mi serve per pentirmi.
Carpe diem.

 
Antonio Camorrino